“Io non dimentico. Le indagini di Lynda Brown” di Marcella Nardi. A cura di Alessandra Micheli

I miei gusti in fatto di gialli si evolvono con il tempo.

Mi interessa ovviamente sempre l’indagine.

Adoro che gli indizi formino un mosaico che devo ricomporre assieme all’ispettore.

O che essi siano geroglifici da decifrare con astuzia e conoscenza.

Ma complice l’età che avanza, tutto questo non mi basta più.

Continua a divertirmi ma lo trovo eccessivamente elementare.

Non è più l’arrivo allo svelamento del movente e del nome di chi compie l’empietà a intrigarmi, quanto il substrato emotivo, psicologico e sociale che fa da sfondo all’indagine.

Quindi, il giallo definito classico (anche se un giallo classico non esiste) non mi stuzzica più un palato che con lo scorrere dei giorni si fa più esigente.

Ho bisogno di comprendere, non solo il male ma anche la sua libertà di scelta.

Su chi e perché quest’oscura cappa si posa e riposa.

Ecco che il contesto ambientale, tipico ovviamente del noir diventa importantissimo, senza è solo una serie di esercizi enigmistici sterili e a tratti insulsi.

E sopratutto…un investigatore non può essere più integerrimo e puro. Assolutamente.

Scontrarsi con il torbido lascia tracce, lascia un odore che annebbia e deve annebbiare la mente.

Deve far vacillare, deve mettere alla prova perché la scelta della luminosa strada della giustizia avvenga costantemente.

Ecco che nel testo della Nardi questi due aspetti sono posti in rilievo.

C’è sicuramente pane per i denti di coloro che adorano interrogatori e indizi ma c’è anche e si mostra con orgoglio, la parte che preferisco: un contesto pacioso, idilliaco toccato dalla lama tagliente del delitto.

Questo scenario apparentemente bucolico, nasconde però un dolore antico, atavico, pervasivo come quello dell’abbandono.

Ed è da quell’orrore, che si subisce spesso negli anni più fertili che provoca la vendette.

Lynda Brown è abituata ai serial killer.

E forse è anche temprata dal dolore e cerca, disperatamente di ritagliarsi una vita fuori dalla scena del crimine.

Scena che lungo gli anni è rimasta appiccicata sulla pelle, con tutto il suo miasma fetido, impossibile a volte da sopportare.

E’ una donna forte, sicuramente.

Ma anche resa fragile da quello sguardo che, un volta sfiorato l’abisso si ritrae impaurito, timoroso della voce che troppo spesso ci seduce e ci rende assuefatti al male.

Ecco che la sua ritrovata armonia, come donna sopratutto, fa i conti con la coscienza.

E’ un mondo brutale.

Un mondo alla rovescia quello che stiamo consegnando ai nostri figli.

E forse sono solo le troppo poche Lynda a dover far pulizia.

Anche se questo significa sconvolgerle la vita, e rimestare sempre troppo nel torbido.

E’ il primo libro che leggo di Marcella Nardi.

E devo farle i miei complimenti perché lo ha reso profondo e completo. Inserendo tutti quei dettagli sopraesposti che aumentano sicuramente l’adrenalina ma stimolano anche la riflessione.

E forse è questo che un gallo, scritto come si deve, deve portare avanti: la difese del pensiero, lo sviluppo della capacità critica che ci permette si di criticare la società ma anche di pensare a sua soluzioni alternative.

Brava davvero.

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