“Ossigeno” di Attilio Alessandro Ortolano, Augh! edizioni. A cura di Alessia Bertini




Tra gli scenari distopici, quelli in cui il potere militare si impone come forza dominante e organizzativa sono quelle che più spaventano.
Forse perché così plausibili e persistenti nella nostra mente, con il loro sapore metallico di guerre già combattute e vinte solo in apparenza.
Soldati degli anni di piombo, soldati collocati in una ipotetica Napoli del 2061, quale che sia l’ambientazione scelta, l’intrico di pensieri, di tormenti e le battaglie interiori travalicano confini geografici e temporali per annidarsi nella mente dell’essere umano in quanto tale.


“Tutti abbiamo una tragica e sorprendente necessità: scoprire perché siamo vivi. Per qualcuno esiste già una risposta, e la brutta notizia è che saperlo non è una risposta.”



Ortolano tratteggia, quasi a sfumare con un carboncino, i tratti di una società post apocalittica; vi colloca le forze militari del comandante Lanza, in una partita di Risiko dall’obiettivo “Pace per l’intera Europa”.
Ma come sempre la parola Pace pronunciata ai vertici è il cuscino che nasconde lo sparo, il miele che addolcisce il veleno: i progetti “Nuova Vita” e “Genesi”prendono forma con la creazione di una città sotterranea chiamata O2,dove importare cittadini fiduciosi e in cerca di sicurezza.
Qui l’ossigeno, simbolo di vita, abbonda, inebria e quasi stordisce. Perché ciò che dà vita, ad alte dosi porta anche alla morte.

Joshua e i suoi compagni formano un’unità deputata al disinnesco di bombe nucleari miniaturizzate: incarnano con la loro natura ambivalente di soldati difensori armati, quell’addestramento che ognuno deve portare avanti nella ricerca di sé, in quell’arco temporale così limitato e caduco che è la vita.
Sono loro a guidare la vicenda, con le loro storie, i loro pensieri, le parole annotate su un taccuino e rilette per cercare nutrimento per l’anima.


“Ogni giorno che passava, i soldati lasciavano chi erano il giorno precedente e questa morte anonima li avvicinava alla vita”


In una società oppressiva, che priva i soggetti di ogni sicurezza, le motivazioni di ogni azione o pensiero si fanno rarefatte e ambigue; il tormento, la ricerca dell’umanità perduta, i ricordi, la speranza, tutto si mescola in un brainstorming di emozioni condensate su carta.
E come ogni flusso di coscienza, non vi si trova un’interpretazione, una morale, un bianco e un nero, un centro e un margine.
Troverete nelle parole il punto di forza di questo libro, nella loro funzione primordiale di strumento di creazione aperto, illogico, poetico.
Consiglio questo testo a chi non cerca Chi, Cosa, Quando, Dove, Perché, ma a chi ha voglia di leggere un libro a testa in giù, o con la testa inclinata, oppure da destra a sinistra, chi cerca insomma di trovare la prospettiva giusta con cui guardare le cose in modo che assumano per lui il senso necessario in quel momento.


“Nessuno si salva da solo, ma da solo inizia. Quando la debolezza ci paralizza il caos in noi si velocizza e prende il controllo.”




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