“Più che umano, Il passato che non c’è più”, di Fabrizio “Jorily” Zuccari. A cura di Vito Ditaranto.

Avete mai immaginato di svegliarvi e non sapere più nulla della vostra vita, non sapere chi siete?

Realtà o sogno?

Il solo criterio sicuro per distinguere il sogno dalla realtà è in verità quello del tutto empirico del risveglio, col quale infatti la concatenazione causale fra le circostanze sognate e quelle della vita cosciente viene espressamente e sensibilmente rotta.

Ora, se per giudicare si prende un punto di vista fuori d’entrambi, non si trova nella loro essenza alcuna distinzione precisa, e si è costretti ad accettare ciò che viene descritto nel testo di cui oggi scrivo e vi descrivo le mie sensazioni.

Leggendo questo libro, ci si sente un po’ come Alice che ruzzola nella terra del Bianconiglio, e credetemi l’esempio è davvero calzante. “Più che umano, Il passato che non c’è più” mostra un universo distopico in cui le anime possono ancora incontrarsi, sfidando il tempo e lo spazio e l’ordine precostituito.

Un detective, Adam Lasttri ibernato per oltre duecento anni si libera dalle catene dalle quali era avviluppato: apre gli occhi, in un mondo futuro che non è più il suo, provando a ricostruire i piccoli pezzi del suo passato tra indagini su trafficanti di organi, omicidi, potenti corporazioni e i suoi nuovi colleghi della polizia di Cidice.

Io leggendo il testo mi sono sentito un po’ Watson:

“…Lo sguardo di Vito si illuminò. – «Ho trovato questi, ma non so quanto possano esserti utili, di certo ti posso dire che ha sparato tre colpi nel giro di sei, sette secondi.»

Vito mi strappò di mano il sacchetto e incominciò a esaminarlo usando una grossa lente di ingrandimento…” (-Che ne dite?-).

Parentesi a parte e continuando…

Adam Lasttri è un uomo imbevuto di eroismo e, in quanto tale, non può sentire come estraneo tutto ciò che è umano.

Lucas sembra poi essere un personaggio nietzscheano al pari di Zarathustra per le caratteristiche del superuomo che egli incarna: consapevole della propria superiorità, egli si realizza pienamente nella guerra condotta contro le caste che governano; cosciente del falso che regna nel mondo, egli non risolve la propria volontà in un ‘no’ alla vita, ma in una piena accettazione degli eventi, facendo prevalere ed estrinsecando la propria infinita volontà di potenza.

La storia è ben studiata, anche se di simili nel panorama della fantascienza ve ne sono molte, ma in ogni caso il racconto riesce a incuriosire il lettore, unica pecca, le descrizioni delle ambientazione sono appena accennate.

Il testo si confonde tra fantascienza e giallo riuscendo comunque, a mescolare molto bene i due generi.

Onestamente è difficile combattere la diffusa sensazione di déjà-vu che il personaggio di Vanina suscita. Una volta accettato ciò, però, questo vulcanico agente risulta indubbiamente simpatico.

Purtroppo collaboratori e comprimari sono tanti e spesso restano dei semplici nomi che è difficile inquadrare caratterialmente.

Ma la storia fluisce senza intoppi, con una ragionevole cadenza da vicenda verisimile, cioè con tutti gli inevitabili tentennamenti a cui, nella realtà, un’indagine va incontro.

Anton Checov scriveva che se in una narrazione compare una pistola questa, prima o poi deve sparare. Fabrizio Zuccari ci mette davanti agli occhi ben due pistole metaforiche ed entrambe “spareranno” prima della fine del romanzo.

Quindi un lettore attento non deve stupirsi se già a metà del romanzo riesce a immaginare quale sarà l’epilogo della storia.

Tutto sommato, però, non l’ho ritenuta una circostanza spiacevole, ma, al contrario, appagante e rassicurante: certe assurde giravolte che alcuni autori infilano negli ultimi capitoli, giusto per creare il colpo di scena finale, sono quasi scontate ma comunque piacevoli.

In definitiva ho trovato il libro gradevole.

Il narratore crea la giusta atmosfera per mettere alla prova chi legge, il quale, a sua volta cerca di scoprire e arrivare al finale nel più breve tempo possibile.

Il libro in un certo senso sembra un fluttuare tra realtà e illusione, il viaggio che si concede la mente del protagonista fuori dalla tangibilità.

Il racconto è una finestra aperta al mondo di chi sogna a occhi aperti… di chi vive incubi a occhi aperti…

Alla fine della storia, comunque e inevitabilmente, sarà il passato a giungere in soccorso e a dissolvere i nodi di una realtà apparentemente priva di logica, ricostruendo la reale dinamica dei fatti e ricongiungendosi al presente e ai suoi retroscena come il pezzo mancante di un puzzle.

Questo libro non è un libro di fantascienza puro e neanche un vero e proprio giallo d’azione, ma piuttosto di intrigo, dove le descrizioni delle indagini sono molto accurate, come lo sono le reazioni dei personaggi agli avvenimenti, e i colpi di scena sono ben dosati, mai abusati.

Altro pregio di quest’opera è che tra un nodo di trama e quello successivo c’è sempre tempo per metabolizzare l’evoluzione della storia.

La lettura è fluida e la trama scorrevole: non si ha la minima difficoltà a riprendere il filo dopo una pausa.

La storia è intrigante e misteriosa ma mai incomprensibile.

Il finale del testo lasciato aperto lascia la sensazione di un proseguo ma comunque dona una piacevole sensazione.

“…La telefonata mi suonò strana, o forse ero io che vedevo secondi fini anche dove non c’erano. Ripresi a correre verso casa: mi aspettavano una doccia calda, un caffè e due fette di pane tostato…”

Buona lettura.

***

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…

vito ditaranto.

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