“Garzaia della Roggia Torbida. Oltrepò pavese. Un nuovo caso per Manlio Rune” di Ezio Gavazzeni, Fratelli Frilli editore. A cura di Alessandra Micheli

Sapete il motivo per cui io amo leggere?

No, non è solo il classico motivo per cui si vivono mille vite stando sul divano.

Ne quello di evadere dalla mia realtà o di trovare una diversa angolazione per osservarla.

O meglio non sono solo queste le spinte che mi consentono di sfiorare pagine o di toccare con delicatezza il reader.

E’ la possibilità di conoscere nuove storie e nuovi concetti.

E’ la meraviglia del ritrovarsi non sapienti ma anime in crescita assetate di nozioni e perché no di emozioni.

Il libro di Gavazzeni mi ha donato in un ora di pura felicità, tutto questo. E l’ho assaporato, come forse non faccio da molto, gustandomi ogni attimo e dimenticando le dimensioni di questo strano mio percorso terreno.

Non esistevano coordinate e il tempo tornava a essere solo una parola, fermato dalla meravigliosa mente in azione.

E cosi, congelata in un istante, mi sono trovata a viaggiare in un ambientazione che amo particolarmente, ma che ho sempre ritenuto troppo esotica e lontana da me.

Pertanto, accumulavo quasi con furore ossessivo i libri che raccontavano dell’America più isolata, quella del profondo sud, nata sulle rive spesso paludose del Mississipi.

La, in quella strana torbidezza l’umano essere sembrava quasi imitarla, per uno strano gioco del destino.

Deciso a nutrire la madre palude con qualcosa di malsano nato e cresciuto in seno alla sua di anima.

Sapete che in Italia esiste lo stesso paesaggio sconsolato?

Quello stesso odore fastidioso eppure suadente di alghe lasciate a marcire e di umidità?

Ed è la Garzaia.

Ho appreso quasi con stupore dell’esistenza di questa dimensione altra della natura, un’oasi protetta, un ecosistema che basta a se stesso, impervio e impenetrabile, fatto di acquitrini, fango e boschi fitti fitti. Li sulle rive del Pò, nella zona del Pavese, la Garzaia si erge con una sonnolenta alterità, a tratti oscura e minacciosa, sfondo di tanti piccoli umani laboriosi o alla perenne ricerca di un senso alla propria vita.

E’ questo che cattura del libro.

La realtà portata agli eccessi, un qualcosa di alieno che influenza e sembra stonare nella tranquillità borghese della provincia.

Lontano dai fasti della città, con i suoi lenti ritmi e quelle sua svogliate incapacità ad accontentarsi.

Cercando sempre l’acme di ogni emozione, la trasgressione per la monotonia, uno spleen impalpabile che si abbatte come una mannaia, sulle vite di ciascuno.

Il torbido sembra contagiare tutta la storia.

E la Garzaia domina, feroce e sarcastica, mostrando e rivelando che, in fondo, non è il suo torbido che dobbiamo temere.

Nossignori.

La Garzaia è quello che è, nata da uno strano progetto di qualche architetto bizzarro.

Non ha la possibilità di scelta.

Non ha la facoltà di progredire e diventare altro.

E’ lei, e sopravvive, tenta di non esaurire ogni sua energia.

Cura e accudisce ogni suo figlio.

Non fa latro che mostrarsi perennemente se stessa.

Ma l’uomo.. oh l’uomo può o poterebbe mirare alla perfezione del sogno da cui esso stesso è nato.

Da una lacrima di dio, da polvere di stelle, da un atto di amore appassionato.

Eppure…lui ama il torbido più di quanto lo ami la Garzaia.

Ama dominare, i soldi tutto ciò che lo abbrutisce e lo rende quasi mostruoso.

E cosi sulle rive di un ecosistema considerato minaccioso, il vero orco cammina respira e agisce.

Lasciando cadaveri sulla sua riva a turbare la rassicurante quotidianità delle Garzaia.

E per comprendere, svelare, dipanare la matassa, bisogna scendere nell’abisso.

Senza farsi fagocitare, senza che l’abisso sia in grado di rubare la tua essenza.

Bisogna essere capace di parlare la sua stessa lingua eppure avere un’armatura sfavillante e incorruttibile.

Essere al tempo stesso nero e bianco.

E forse nessuno meglio di un eroe uscito dal passato, un uomo che è un moderno cavaliere con un armatura non proprio lucente e ammaccata può farlo.

Manlio Rune, tu puoi riportare giustizia laddove il mostri seminano solo orrore.

Un libro perfetto, coinvolgente e profondo, un po’ torbido ma seducente, come in fondo è la palude che tanto affascina la mia mente.

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