“GAS” di Antonio Molino. A cura di Romina Russo

Secondo capitolo della “Saga dell’Odio”, inaugurata da “Il Cannone di Babele”, “GAS” di Antonio Molino è come un caleidoscopio di personaggi e vicende che, in un dipanarsi vorticoso, ma perfettamente lucido e coerente, si fondono per restituirci un quadro estremamente complesso degli eventi che funestarono l’Europa e il resto del mondo fra il 1914 ed il 1918, con pennellate vivide capaci di offrire spunti per interpretazioni nuove e diverse dei fatti storici.

Tutto ruota attorno allo scenario di innovazioni belliche che vide i diversi schieramenti, nel corso della Prima Guerra Mondiale, fare ricorso sempre più massicciamente, in un crescendo di orrore e di morte, all’impiego di ordigni e proiettili a base di gas asfissianti e vescicanti, capaci, purtroppo, di annientare non solo il nemico, ma anche le popolazioni di intere aree, lasciando nei pochi sopravvissuti agli attacchi di questo tipo danni irreparabili sul piano fisico e psichico.

Molino tratteggia con sorprendente precisione, seppur con oggettivo distacco, la psiche e l’anima di tutti i soggetti coinvolti, più o meno direttamente, nell’immane tragedia che si consuma non solo sui campi di battaglia, ma in ogni angolo del globo terracqueo in cui gli effetti degli scontri, e dell’impiego su vasta scala di iprite, cloro, fosgene e affini, riescono a giungere.

Ciascun personaggio pare annaspare in questo oceano di morte e di sangue, tenendosi a galla come meglio può.

Da una parte c’è Fritz Haber, chimico e creatore materiale, insieme alla moglie, dei gas asfissianti impiegati dall’esercito tedesco, che pare spaventosamente indifferente e freddo di fronte alla morte e alla distruzione che con la sua “invenzione” ha contribuito a seminare; laddove la moglie, una volta acquisita consapevolezza della propria responsabilità, non riesce a sostenerne il peso e sceglie il suicidio, Fritz resta del tutto impassibile e prosegue tranquillo il suo cammino, quel cammino che lo porterà ad essere ancora una volta “scienziato del male”, quando sintetizzerà l’acido cianidrico alla base del Zyklon-B, utilizzato nelle camere a gas dei lager nazisti.

Dall’altra parte c’è l’ingegnere italiano Giulio Enna, incaricato di progettare proiettili a base di gas asfissianti, pungolato da una coscienza pura che lo spinge a dire di se stesso “Mi faccio orrore” e a resistere alle pressioni di politici, imprenditori e potenti magnati, nonché alle lusinghe del funesto astro nascente della politica italiana, Benito Mussolini.

C’è poi Siegfried Sassoon, il soldato-poeta, traumatizzato non solo dagli orrori della guerra, ma dalla scoperta della natura profondamente malvagia degli esseri umani, totalmente incapaci di empatia nei confronti delle sofferenze di altri esseri umani, nauseato dall’apatia delle gerarchie militari e della classe politica del suo tempo. Siegfried decide di denunciare l’inutilità distruttiva dello scontro bellico pubblicando un appello sui giornali, ma quel suo grido di protesta finisce per portarlo di fronte alla corte marziale.

Emblematica è la descrizione di ciò che prova mentre va incontro a quel destino dal quale si salverà fingendosi provvidenzialmente pazzo e finendo in un ospedale psichiatrico:

“Era la prima volta, da settimane, che si sarebbe trovato di fronte a delle uniformi di ufficiali. Non avvertiva il senso dell’umano, salendo le scale di quell’istituzione. Aveva l’impressione di andare a un appuntamento con dei manichini.”

Uomini disumanizzati. Uomini che sembrano manichini. E mentre il mondo è in fiamme e la nebbia prodotta dai gas pare obnubilare perfino le coscienze, dalla Cina e da alcune zone d’Europa iniziano a giungere notizie relative ad epidemie di una strana malattia respiratoria caratterizzata da analogie con la peste polmonare dilagata nell’Estremo Oriente pochi anni prima e che sfocerà nella terribile pandemia di “influenza spagnola” alla base della decimazione della popolazione mondiale tra il 1918 ed il 1920.

Che a contribuire alla rapida diffusione della malattia siano stati gli stessi eventi bellici e le terribili condizioni di vita cui erano costretti i soldati ammassati nelle trincee è un dato, ormai, incontrovertibile per la maggior parte degli storici.

Ma può, anche l’impiego dei gas asfissianti, aver avuto un ruolo determinante nell’insorgenza di uno degli eventi pandemici più devastanti della storia dopo la peste nera?

È un interrogativo quanto mai interessante. Soprattutto ora, nel bel mezzo di una nuova pandemia che, proprio come nel caso della “spagnola”, ci spinge a riflettere su quanto sia veritiera quella frase celebre che recita “il battito d’ali di una farfalla può scatenare un uragano dall’altra parte del mondo.”

Ogni azione o evento, ad opera di un singolo o di un gruppo, può avere ripercussioni a livello macroscopico che non riusciamo neppure a immaginare. E recuperare la nostra umanità passa necessariamente attraverso la consapevolezza di non essere “isole”, bensì tessere di un gigantesco mosaico.

È una lettura complessa, quella di “GAS”, una lettura impegnativa. Ma che, una volta terminata, ti lascia con la sensazione di avere nuovi occhi.

Una lettura che a me ha ricordato, con grande piacere, quanto scriveva Franz Kafka nella lettera all’amico Oskar Pollak:

“Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio…Un libro dev’essere la scure per il mare gelato dentro di noi.”

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