“Meg & Jo” di Virginia Kantra, Vintage editore. A cura di Alessandra Micheli

Leggere la rivisitazione di un classico, fa storcere il nasino elegante di molti puristi.

Perché siamo oramai avvinti e avvinghiati al limite che il nostro adorato autore ha stabilito, un muro che circonda personaggi e trama a tratti impenetrabile e a tratti circonfuso da un alone di intoccabilità sacrale.

Un classico è un classico, non può essere altro che un pezzo di storia, adorato e venerato, lodato e semplicemente rinchiuso in un cassetto della memoria, appartenente al mondo dei ricordi.

E io sono una vera amante dei classici.

E sono contraria alla rivalutazione critica attuata in questi tempi perduti.

E a criticarlo quel libro,millantando le nostre moderne doti di editor, linguisti e appassionati.

Cosi come ho udito stroncare il castello di Otranto del buon Walpole, additato come noioso, lordato dallo snobbismo di quanti sono oramai seguaci del dio dello “show dont’tell”.

Pertanto non amo che siano criticati i classici, o letti nella loro originaria forma, da noi che del passato e della bellezza non riusciamo a farci scudo.

Ma un classico seppur protetto dalle infiltrazioni delle nostre debolezze è un qualcosa di vivo e vegeto, non è un ricordo soffuso e polveroso, ricco di ragnatele e muffa.

Ha la sua voce, roca e eterna che ci parla, sempre se noi vogliamo ascoltare.

E allora vi stupirò, io che non oso mai criticare i miei giovanili amori. Criticarli no, rivisitarli si.

Perché una sorta di reinterpretazione non significa togliere loro l’aura di sacralità

E’ spazzare via dalle pagine proprio quella muffa e quelle ragnatele, abbellirlo con la luce dei sorrisi che, dentro le pagine riescono a ritrovare quei se stessi perduti.

E il vecchio urlo del testo si sposa con una modernità che non significa affatto storpiare la sua origine e il suo significato.

Significa dare loro una nuova vita, una nuova veste senza che questo muti l’essenza.

Piccole donne è un libro moderno.

Noi lo deridiamo, lo snobbiamo in favore di tomi passati alla storia come colti e profondi.

La mia adorata Alcott resta li, ignorata anche oggi che abbiamo un bisogno assoluto dei suoi precetti etici e mia mortali.

Piccole donne è fantasticamente ribelle, è meravigliosamente anticonformista. E’ libertà dallo schema in cui un tempo richiudevano la donna.

Lotta contro lo stereotipo perché le sue Meg, Jo, Amy e Beth sono umane, imperfette, fragili ma capace di sfidarlo il tempo.

Sono donne.

Donne con una forza e una voglia di creare da sole la propria storia e riscrivere finali diversi.

Ogni personaggio di Louisa lotta contro l’identità di genere.

A suo modo, senza perdere classe eleganza e raffinatezza.

Si può essere una rivoluzionaria anche adornate di perle e profumate di Chanel numero cinque.

Meg e Jo, ma anche Amy sono dei modelli che andrebbero fatti conoscere anche oggi, oggi che l’apparenza domina, che la perfezione e la volontà di piacere e di essere accettate a ogni costo, ci ostacola e ci deturpa l’anima.

Oggi che abbiamo ancora uomini che ci manipolano, che ci vogliono gentili accomodanti e consenzienti.

E che se alziamo la testa sono feroci e sono predatori che urlano tu non vali.

Piccole donne, queste piccole donne scaturite dalla penna della Kantra sono le stesse, eppure diverse.

Prese e invischiate in problemi che ben conosciamo: la voglia di essere accomodanti e di rendere tutti felici, anche se dentro stiamo urlando.

La ricerca della vera felicità, del vero amore, che è e resta una quiete accesa. Di chi lascia i propri sogni a marcire perché la vita le impone passi predefiniti.

Di madri che hanno detto tropppi si, che ogni ruga porta il peso della rinuncia.

Di sorelle che lottano per emergere, per farsi vedere oltre la propria bellezza e avvenenza.

Piccole donne rivive e commuove anche oggi, nella versione chiamata Meg e Jo.

Ancora oggi abbiamo donne con gli attribuiti che sfidano la vita.

E imparano dalle loro lacrime, il senso profondo della parola libertà.

Una rivisitazione di un libro è soltanto un modo per non far perire la sua voce.

E sono sicura che da lassù, Louise ci guarda fiera, fiera di averci incitato a sorridere si, ma con denti canini che spuntano da rosse labbra, e con un sorriso che è un ghigno sarcastico contro chi continua a volerci in vetrina.

Grazie Vintage Edizioni.

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