“Nero lucano” di Piera Carlomagno, Solferino editore. A cura di Alessandra Micheli

Non è il primo libro di Piera Carlomagno che leggo.

Fui sedotta e affascinata da una favolosa estate di morte dove ho incontrato, per la prima volta la meravigliosa Viola.

Come definirla?

Un po’ come quella Basilicata, che fa da sfondo a una vicenda oscura, dove ogni pedina mostra al lettore soltanto il suo lato migliore, quello candido, quello privo di ombre.

Ma per la natura stessa dell’ambiente, dolorosamente conscio di doversi proteggere da solo, cosi isolato dal resto di una repubblica che, nonostante la sua longeva durata, quasi distoglie lo sguardo da un sud troppo problematico, troppo ricco di nodi da sbrogliare.

Cosi poco tempo per farlo, mentre gli occhi fa melici sono puntati su un futuro aleatorio, fatto di compromessi e di effimero successo.

E cosi La Basilicata appare una belva feroce, ferita, rannicchiata su se stessa, intenta a leccarsi le innumerevoli cicatrici e gelosa dei propri segreti.

Viola è come quella terra.

Istintiva, selvaggia mai a posto in un apparenza consuetudinaria che tenda di addomesticare quella sorta di verace brutalità, ahimè senza successo.

Non è tanto il fatto cruento al centro dei libri di Piera.

Quanto la natura che sembra dominare, quanto la volontà di vivere e prosperare soltanto attraverso i segreti scabrosi dietro il perbenismo.

Viola rappresenta l’energia pura di quella meravigliosa terra.

Quella che desidera rivelarli quei misteri, quella che ha la giustizia che scorre nel sangue.

Quella che non rinnega la parte selvatica ma pura della terra che si riflette sotto il sole.

Pertanto il ruolo sciamanico di Viola la fa entrare in contatto con un mondo totalmente alieno alla scienza eppure parte indissolubile di essa: il numinoso con le sue emozioni, le tracce della presenza di corpi che un tempo hanno amato, sofferto, urlato al cielo e sopportato la brutalità dell’altro.

Legami che devono essere raccolti e tessuti assieme a un moderno senso del dovere e della giustizia di cui Viola si fa portavoce e cardine.

E’ lei che intesse e regala al lettore attonito e stupefatto un arazzo diverso, in cui il giallo, il noir e la vita vera si mostrano in tutta la loro terribile magnificenza

E cosi il testo, anche questo Nero lucano diventa l’immagine di una terra corrosa si dal vizio ma anche piena di una solidarietà contadina che forse non intende soccombere all’anonimato della modernità. Innovazione e tradizione urlano con la stessa acuta voce, amore sviscerato per una terra che sembra respirare convince con la volontà di staccarsi di dosso quelle radici, fino a sventrare persino il cuore pulsante dell’essenza umana.

Un libro bellissimo, poetico e disperato, cosi come sono quelle voci antiche che chiedono di essere ascoltate, spesso confuse in un pregiudizio tagliente come un pugnale, speso simile a quei cori disperati che accompagnano in un rito salvifico, quelle anime strappate a forza dai corpi.

Cosi come in fondo si sente la Lucania: quasi costretta a assumere altri volti, nascondendo sottil il tappeto quella sua particolare contraddizione.

E forse restituendo pace e dignità alle vittime, Viola in un rito catartico la restituisce alla terra stessa.

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