“Delitto all’imbrunire” di Filippo di Pino, VGS edizioni. A cura di Alessia Bertini

Adoro le epigrafi.

Quelle famose che riconosco fin dalle prime battute senza il bisogno di leggere il nome dell’autore.

Parti di canzoni, di poesie, riflessioni, citazioni da altri libri.

Ma quelle che non riconosco, quelle che dopo un “E questa da dove viene?” mi trascinano in un ponderare silenzioso in cerca del nesso con il libro che sto per iniziare… beh, sono le mie preferite.

Di Pino va subito al dunque, ci svela di stare attenti, che niente è scontato, nemmeno in un piccolo paesino come Aidone, in provincia di Enna.

Con una punta di ironia, contestualizza il suo lavoro attingendo dalle parole del grande Camilleri e apre così le indagini sull’omicidio di un allevatore locale, morto ammazzato da due colpi di lupara.

“Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.”

La Sicilia si impone subito con il profumo della vita quotidiana.

Termini dialettali vengono garbatamente incastonati nei fitti dialoghi, a donare lucentezza alle attente descrizioni dei luoghi e degli abitanti.

Il capitano Gaetano “Tano” Calì viene richiamato dalle ferie per capeggiare un team investigativo di tutto rispetto, guadagnando così il centro del palco.

Ma come uno Schiavone ha bisogno del suo Pierron, di un D’Intino e persino di un Casella, Calì coordina e indaga affiancato dal carabiniere scelto Peppino Rizzo, ingaggia interessanti discussioni con il capitano Greco e il maresciallo Puglisi, arrivando a incanalare il contributo dei colleghi in nuove teorie e supposizioni.

Il lavoro di squadra svela ben presto risvolti più complessi di un semplice omicidio passionale, dipanando la matassa intricata e portando nodi irrisolti e apparentemente indipendenti a riunirsi tra i denti del medesimo pettine.

Le molti parti dialogate fanno scorrere le scene agilmente, permettendo al contempo la caratterizzazione dei personaggi direttamente attraverso le loro stesse parole.

Lo stile leggero e chiaro permette di seguire con partecipazione i progressi delle indagini, senza bisogno di ricorrere a quella fastidiosa rilettura che certi polizieschi impongono con il loro sovraccarico di informazioni e un intreccio impensabile.

Non c’è necessità di cercare l’eclatante, di forzare connessioni e concatenare tessere del domino in castelli traballanti.

La vicenda mantiene un forte contatto con la terra in cui si svolge, le sue necessità, le sue problematiche, non ricerca stupore o meraviglia, ma verosimiglianza e autentico spirito investigativo.

Se al termine dell’ultima pagina non ho esclamato “Non ci sarei mai arrivata a capire che…!” è perché avevo invece subito la fascinazione del gioco di squadra e del “Ecco, lo abbiamo incastrato!”

Complice la predisposizione di Calì ad osservare tutto e tutti, con dovizia di particolari, la risoluzione del caso procede velocemente, rompendo lo stallo iniziale e aprendo la vicenda verso risvolti che valicano i confini del piccolo borgo siciliano.

“Era convinto che particolari, spesso ignorati, potessero rivelare molto, non solo alle indagini cosiddette concrete, ma fossero fondamentali per la conoscenza dei propri simili, per riuscire a seguirne i percorsi mentali. Ogni piccola cosa poteva essere d’aiuto per entrare nella testa di chi gravitava, come in quel caso, attorno a un delitto.”

Del poliziesco tradizionale ritroviamo quindi la fase di raccolta dei numerosi indizi, a volte contraddittori, decifrati dai poteri deduttivi del detective Calì.

Ben sappiamo che la ricerca della verità non sempre implica giustizia: nel caso di Calì, il detective è reso anche uomo, marito, collega attento, guidato da una morale che più volte si palesa nella volontà di soccorrere e difendere i deboli.

Non solo quindi tradizionale detective story, ma scorgiamo un po’ dell’intento etico-giudiziario che il professore di letteratura ci insegnava a riconoscere nei testi di Sciascia.

Verità dei fatti e ricerca del colpevole, laddove imperversano irrazionalità, menzogna e ingiustizia.

Le premesse per un ritorno di Tano Calì ci sono tutte.

In attesa di sapere cosa Di Pino ha in serbo per lui, se amanti del genere, affrettatevi a fare la sua conoscenza.

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