“Sherlock Holmes e il terrore di Cthulhu” di Loris H. Gresh. A cura di Alessandra Micheli

La logica che sfida il bizzarro.

La scienza che si scontra con il soprannaturale.

Sherlock, l’emblema della razionalità incontra uno dei mostri scaturiti dalal follia di Lovencraft, il più agguerrito, il più tremendo il più..affascinante.

Non ho mai compreso il motivo per cui ogni volta che i grandi antichi facevano la loro comparsa, oltre al ribrezzo giusto e sacrosanto, provavo un pizzico di scandalosa attrazione.

Loro erano e esistevano, oltre ogni tentativo umano di essere perfetti, di cercare di meritarsi il posto in quell’universo.

Oltre il dramma di lottare contro due sponde di una stessa riva, bene e male, giusto e sbagliato.

Ma sopratutto, cercare in modo quasi ossessivo di dare un senso e un significato alla nostra umanità.

Chi siamo e dove andiamo divengono cosi le formule con cui si cerca di capire l’origine e la destinazione dell’essere creato più di angeli e stelle. Cos’è l’uomo e perché te ne curi?

Quale è il nostro fine su queste terra, dominarla o esserne sottomessi e vinti?

Sherlock è l’incarnazione della risposta che lo scientismo ha cercato di dare a ogni mistero: siamo qua per decifrare indizi che ci portano a trovare il tesoro del tesoro: l’immortalità.

La sfida contro il tempo sarà vinta dai quanti, dalle formule matematiche dai camici di laboratorio, dal tentativo di rendere intellegibile l’universo. e quindi la vita, ha senso se riusciamo a decifrare le sue coordinate, riuscire a estrapolare dal tutto i numeri di dio, le costanti che reggono questo grande meccanismo chiamato esistenza.

Chtulhu e i grandi antichi sono abomini.

Per loro non è la capacità di lottare contro l’oscurantismo del terrore atavico e contro le superstizioni.

Loro devono semplicemente esistere.

La vita esiste, senza spiegazioni, senza tante filosofie.

Sopravvivere, nutrirsi, essere.

E trasformarsi in altre dimensioni, tornare all’oltre e dall’oltre ogni tanto far capolino in questa dimensione abitata, almeno cosi sembra ai loro strani occhi, da formiche in crisi, frettolose, frustrate, ossessionate da denaro e potere, da ogni status symbol possibile e immaginabile.

E cosi Innsmouth diventa l’incontro tra l’ansia dell’umano essere e il sangue pacato e amorale degli antichi.

Sherlock li teme e quelle strane forme contorte lo disgustano.

E al tempo stesso lo mettono di nuovi a contatto con i suoi limiti: il suo bisogno di capire, di comprendere quest’entità non ha davvero senso.

In tutto il libro si avverte, nonostante, il tentativo dell’autrice di suscitare ribrezzo, una sorta di richiamo, di seduzione…il mare primordiale a cui si appartiene.

L’idea che la morte non esiste ma è solo trasformazione.

Forme disgustose per noi ma meno difficili da comprendere di quelle di umani perfetti, bellissimi eppure cosi fragili, cosi prostrati davanti alle loro fragilità.

E un morbo che portano con se, che non è quello della malattia ma di quella sete di dominio che, in fondo, porta a evocare proprio entità che del dominio, con rispetto parlando se ne fregano.

Sherloch e l’orrore di Chutlhu mi lascia cosi, rapita, incantata ma stranamente preda di una domanda assillante: sono davvero cosi orroririfici i mostri di Lovencraft?

O non sono altro che sogni prodotti dalla nostra mente malata?

E forse Loris cosi come succede a me, n po’ quelle entità le tifa.

Tanto che il finale è rivelatori, un po’ poetico e incantato.

Cosi com’è secondo me un p il mondo di Chutlhu.

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