“Lo stendardo di Giove” di Emanuele Rizzardi, Byzantion. A cura di Alessandra Micheli

Affrontare un libro di Rizzardi non è affatto un impresa facile.

In primis, perché i suoi libri sono davvero storici.

Finalmente direi.

Qua non esiste il romanzo come lo intendiamo noi, né una falsificazione del reale ad uso e consumo dell’idea che ha l’autore di ogni evento.

Un po’ come Ivanhoe per intenderci, con l’ansia di un certo Scott di ri-trovare una sorta di mito dell’origine.

Un po’ di tutti i valenti filosofi aggiungo.

Che sia l’età dell’oro primordiale, idilliaco paradiso di bontà e collaborazione, che il tempo nefasto del disordine e del caos, in cui soltanto lo stato e la comunità possono provi rimedio.

L’intento di Rizzardi è un altro.

Non raccontare di se stesso, anche se qualcosa emerge dalla narrazione, ma portarci indietro, nel tempo in episodi dimenticati dalla nostra fallace memoria eppure fondamentali, per descrivere cosa siamo noi oggi.

E quell’epoca scelta, non a caso, racconta dell’evoluzione o involuzione per molti dello stato moderno, nato come sempre da una frattura insanabile: quella tra spirito e materia.

Il periodo prescelto è quello tardo antico, tentativo di rinascita dai fastosi detriti di un impero romano crollato sotto i colpi di un infausto destino.

Eh si miei amati lettori.

Per quanto mi duole ammetterlo, al tempo di fu Teodosio I, Roma caput mundi era il mito dell’origine.

Oramai un sogno lontano, tenuto insieme da ricordi e da tentativi, vani, di emularlo.

Teodosio fu l’ultimo imperatore a regnare su un impero unito.

Almeno a parole più che a fatti.

Perché ricalcando un po’ le orme di Costantino, tentò l’impresa delle imprese ossia fare di una neonata religione quel collante per far si che, il sogno appunto, non diventasse soltanto sogno.

E il cristianesimo come idea di religione unica e di stato, obbligatoria tra parentesi era appunto il modo per sostituire il concetto romano di stato con qualcosa che le assomigliasse e al tempo stesso servisse ai nuovi scopi: ammutolire le istanze dei nostalgici, ammutolire sulla scia della punizione divina le rimostranze di chi aveva ancora sete di potere.

Del resto il diritto divino, elargito dall’alto di una Enneade autorevole, non era chissà quale innovazione.

Essere prescelti dal popolo, o dal cittadino o dal senato era ben diverso che essere illuminati da un dio remoto e inaccessibile.

Nel primo caso si era regnanti responsabili davanti a chi decideva di rinunciare alla sua porzione di sovranità per il bene comune.

Nel secondo caso, invece, ogni parole, ogni pensiero ogni editto era legge.

E non si discute la legge divina.

Almeno se non si era romani nel cuore e nell’animo.

E cosi grazie ai suoi editti, tra cui quello del 380 il cristianesimo di stampo niceno, contrapposto quindi all’arianesimo) divenne religione di stato.

Unica e indiscutibile, accompagnato da latri due nel 392 per proibire il paganesimo e i suoi sacrifici.

Addio Roma.

Addio sogno della sua meravigliosa pax.

Addio gloriosa matrona.

Al suo posto abbiamo, e lo dico con una punta di rammarico una vecchia signora che non vuole ammettere la sua decadenza.

Morale e politica.

E se la scissione oriente occidente, fu un escamotage per premettere maggiore governabilità di una accozzaglia caotica di persone, etnie e religioni, questo non portò altro che a una maggiore distinzione, e una sorta di campanilismo esacerbato: l’occidente solo e in preda a una grande crisi poteva riconoscere la sua identità soltanto richiudendosi su se stesso e trovando un nemico comune, fautore di ogni male, colpevole della sua lenta discesa nell’ade.

La strega lor signori è servita.

E cosi la distanza, l’incomunicabilità le crisi identitarie, le frustrazioni, la paura del cambiamento sapete attorno a cosa si raggomitolano?

Religione.

Per quanto possiamo avere una sorta di aspirazione all’eternità e alla conoscenza suprema del bene e del male, per noi la mela sarà sempre e una soltanto: la vittoria su qualcosa, su qualcuno.

Il potere.

La capacità di alzare la voce e aver ragione.

La religione cosi nata per unire e per legare noi all’alto, diviene il mezzo con cui le divisioni divengono esacerbate, fino a trovare la giustificazione primaria all’atto scellerato per eccellenza: la guerra.

E di guerra parla Rizzardi, quella passata alla storia, tremenda e crudele quella del fiume Frigido.

Combatutta dal magister Abogaste contro Teodosio, nella speranza vana di far rinascere, come una fenice, Roma dalle sue ceneri.

Tramite un usurpatore che incarnerà il sogno del ritorno al passato, Flavio Eugenio.

Proprio perché due mondi, inconciliabili non riuscirono o non poterono o non potranno mai per essere precisi trovare una sorta di compromesso.

O perché più prosaicamente ragazzi miei, il potere non trova un compromesso.

Non è nella sua natura.

O si vince, o si perde.

O si distrugge o si crea.

Uno o l’altro.

Perché è un gioco di voci e di urla, che tentano di sopraffare l’altra, sempre più ferocemente.

Il cristianesimo deve imporsi e per farlo ha due strade: il sincretismo e la spada. Il paganesimo deve reagire e ha due strade: o soccombere o lottare.

E definire il suo nemico.

La domanda che nasce alla fine del libro è però una e questa deve essere sono davvero due mondi inconciliabili?

In fondo il cristianesimo non è che una setta odiata dall’ebraismo no?

E cosi il paganesimo non è altro che la forma con cui si sono date delle coordinate all’universo?

Questo per noi puri di cuore.

In realtà sono e restano fedi senza sacro.

Fedi che sono servite da secoli a creare imperi.

Che sono serviti per guidare, ingabbiare, porre sotto schiavitù gli altri, il popolo vero che delle diatribe filosofiche e escatologiche in fondo se n’è sempre fregato.

E per quanto la battaglia sia passata alla storia come il tentativo di una resistenza strenua alla diffusione del nuovo culto, forse la visione che oggi noi dobbiamo trarre è diversa: due sistemi non possono essere assolutamente antitetici uno all’altro.

Possono avere punti di incontro e di fusione.

Del resto se è stato possibile il sincretismo…qualcosa ci doveva di punto in comune.

La fratellanza tra i due non era una mera illusione.

Ma era davvero interesse di qualcuno, trovarli?

Ecco la domanda che oggi vorrei nascesse dalla lettura di questo libro.

E da parte mia continuo a ritenere la storia persino quella più lontana nelle ere, una grande insegnante.

Siamo noi, allievi ciucci, che si rifiutano ostinatamente di ascoltare la sua tonante voce.

***

In tutto questo, baillamme di oggi a rimetterci è però, sempre lei.

Lei, la mia bella città stuprata dal vizio dei potenti, dalla noncuranza di chi tira a campare, dalle velleità di conquista dei tanti, troppo Abrogaste, Teodosio o chicchessia impegnati nella loro personale corsa verso il sole.

Cosi come tanti Icaro capaci solo di farsi sciogliere ali di cera.

A te dedico questa recensione, Roma sparita, nascosta e forse mai più ritrovata.

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