“Ossario” e “Nocturna. Storie dal buio” di Gianluca Ingaramo. A cura di Alessandra Micheli

Eccomi qua con l’arduo compito di raccontarvi nei dettagli, ovviamente senza spoiler, le due raccolte di Gianluca Ingaramo.

Evocative, inquietanti, figlie del buio e della profondità di inferi.

Seducenti e sopratutto diverse dalla solita letteratura a cui siamo abituati.

I suoi incubi, i suoi orrori, infatti, sembrano appartenere al mondo variegato di quell’horror originario, quello di Poe per intenderci che non disdegna affatto elementi tratti dalla vita di ogni giorno.

Li storpia e li divora per trarne essenze scarne e al tempo stesso raffinate.

La sua prosa è cantilenante, il suo stile ruvido e morbido al tempo stesso, capace di far piombare il lettore in suggestioni labirintiche, in cui è facile e inevitabile perdersi.

La differenza delle due raccolte non si ritrova, dunque, nella struttura, quando nel significato che fa da contorno e da legame per ogni immagine.

Perché di immagini si tratta più che di pennellate di scrittura.

Notturna è un inno a quella notte che tanto affascinava Novalis.

Momento di totale relax per la mente conscia, teatro e palcoscenico per l’ombra junghiana, che può danzare e intessere con mani spesso scheletriche i propri arazzi. Quello che produce non sarà mai un tessuto unitario e monocolore: non sarà mai soltanto il nero profondo dei sogni più agghiaccianti.

Sarà bizzarro, sarà terrore, sarà anche una strana tensione verso il futuro.

Sarà sicuramente mistero e desiderio che, in fondo quel mistero stesso colori vita banali, che di giorno scorrono in una linearità soffocante.

Dove il senso di civiltà deve poter bandire l’ansia, la paura l’ossessione e relegarla in un cassetto della memoria, affinché non intralci il passo cadenzato dell’uomo probo e corretto.

E cosi abbiamo ventiquattro fotografie, momenti da perpetuare con l’arte eterna e imperitura della scrittura.

E sono proprio quei momenti di cesura tra il vivere quotidiano e lo straordinario, che può anche assumere forme mostruose possa accadere nelle periferie o in campagna, o in un luogo ameno: importante è che accada, che disturbi, che provochi ribrezzo unito a una necessaria dose di fascinazione. Perché in fondo sono le nostre paure quello che ci rende fatalmente e meravigliosamente umani.

La seconda opera è ossario.

Anche qua torna, come uno strano presagio il numero ventiquattro, quasi un preludio al significato che è custodito proprio in quelle lettere nere che si susseguono e si attortigliano su di essere nel tentativo di plasmare la psiche del lettore.

E portarlo con se, dentro appunto una sorta di sepolcro dove vengono custoditi i segreti di questa cupa società.

Perché nell’ossario non ci sono solo cadaveri putrefatti, ma anche l’essenza di ogni organismo.

E’ sulle ossa che la loba canta affinché il prescelto rinasca.

Sono le ossa che fanno innamorare il pescatore nella bellissima fiaba della donna scheletro.

Sono quelle ossa a contenere quindi la vera memoria dell’essere, tanto che in molte culture esse non sono altro che il simbolo dello spirito che primeggia sulla carnalità: l’osso resta a ricordarci l’imperitura forza dell’anima.

E di ossa ne abbiamo.

Da quelle più spugnose a quelle più dure, dalle morbida fantasie su Halloween, a quelle più forti che riguardano i migranti o al mito eterno e attuale del marito demone.

Se siete pronti, se avete coraggio, vi invito a affrontare il buio nelle sue variegate sfumature.

Basta bussare piano alla porta di Ingaramo, e aprirla e scivolare lentamente ma inesorabilmente nell’abisso.

E se siete fortunati, l’abisso vi guarderà fisso negli occhi e vi renderà partecipe dei suoi più profondi misteri.

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