“Codice alpha” di Maria Carla Mantovani. A cura di Alessandra Micheli

Non è che Maria Carla Mantovani mi sia proprio simpatica.

Ma direi per nulla.

E prima di raccontarvi il suo libro vi illumino sulla sua perfidia.

Prima di tutto, non mi ha rivelato che il libro fosse fantascienza pura. Senza contaminazioni.

Senza divagazioni e scorciatoie.

E’ distopia, è il futuro che si affaccia sul nostro presente e ci racconta che presto il suo racconto immaginario diventerà immaginario per nulla.

E cosi mi ha stupita, piacevolmente stupita.

E resa allegra e felice.

O finferla come amo definirmi impropriamente.

E non è certo per la meraviglia di vedere che non sono l’unica nerd presente nel mondo blogger.

No a me è antipatica per altro.

Il codice alpha è una maledetta trilogia.

Quindi, l’ultima pagina non fa altro che lasciarti sospesa, con una bramosia acuta di saperne di più.

Lei arriva, bella comoda, racconta, ti rende incredula e neanche ti da la soddisfazione di chiudere il libro e bearti del finale.

Nossignori.

La curiosità resta.

E sei consapevole che o la minacci affinché ti riveli cosa diamine accadrà dopo o ti costringe a accumulare altri libri.

Che nel mio caso non sarebbe proprio un problema.

Ma si da il caso che, colpevoli molteplici scadenze, resterei a fissare il testo con la bava alla bocca, sapendo che no, ora non si può certo leggere. Insomma non è che la Mantovani sia quello che si dice un adorabile amica.

Quindi lo ribadisco, a me mica sta molto simpatica.

Però…

Però.

E quel però fa tutta la differenza del mondo.

Ultimamente si usa definire qualsiasi scritto fantascienza, distopia, ucronia quando al massimo per concessione dall’alto inseriscono due o tre elementi strutturali che restano confinati nell’ambientazione.

Niente ritmo.

Niente ansia.

Al massimo due bacetti e due sospiri.

Niente paurosa prospettiva di un futuro neanche tanto futuristico.

Non possiamo consolarci con la fantascienza nell’alibi della falsificazione del reale.

E’ qualcosa che può accadere se non mettiamo un freno alla bramosia umana di mordere eccessivamente l’universo, di quella voglia di inglobarlo in noi, di renderlo affannosamente intellegibile e diciamocelo, di tenergli testa fino a vincere un immaginaria partita a scacchi.

Che giochiamo solo nella nostra tesata.

Perché all’universo interessa solo esistere, espandersi, tornare in se e espandersi di nuovo.

Per lui noi siamo altro che frammenti impazziti, molto impazziti. Probabilistiche scintille di luce e realisticamente schegge di nebbia nera nera, come la pece.

E cosi Alexandria città modello, città culla di una modernità tecnocratica quasi disperata diventa un po’ l’emblema della nostra.

Laddove dittatori e sottomessi si confondono, perché le sfumature sono tante, troppe e il passo per arrivare dalla parte opposta è davvero..molto corto.

E cosi dittatori si presentano come tentativi disperati di mantenere in equilibrio un umanità che ha fallito la sua missione sulla terra.

Invece di crescere, si autodistrugge felice.

E la vittima, preda di una rabbia incontrollata, diviene troppo spesso carnefice.

Del resto è dal basso, da chi china la testa che arriva la peggiore minaccia.

E su tutto domina la tecnologia portata all’estremo, tecnocrazia pura.

Inventando un qualcosa di straordinario e inquietante.

Un alpha ossia un impianto elettronico, posto sulla tempia capace di scaricare informazioni direttamente nella mente.

Attivandoli con codici alfanumerici.

Intrigante vero?

Peccato che posto nelle mani poco responsabili in quella mente possiamo scaricare di tutto, scavalcando l’area deputata al controllo che un dio misericordioso ha posto all’entrata della coscienza.

Eh si miei cari.

I nostri limiti divengono la nostra salvezza.

Perché un circuito straordinario ci fa selezionare le informazioni, privandole di un potenziale pericoloso per l’equilibrio e sotterrandolo nella parte inconscia.

Che con un’opera alchemica di smembramento, ne cattura solo il beneficio e lo trasforma in archetipo.

Anche incubo se vogliamo.

Capite il potenziale dell’alpha?

E noi quotidianamente se non in misconosciuti microchip questa delega del pensiero la facciamo continuamente.

Non abbiamo congegni magari, ma abbiamo influencer posti in digitale. Esistenti e al tempo stesso ologrammi di se stessi.
E cosi codice può essere catena o libertà.

Dipende sempre da cosa vogliamo farci.

A Helen Wilcox cambia vita, prospettiva e valori.

Come?

Beh dovete leggerlo.

Non sono certo il vostro Alpha.

Comunque una cosa la voglio dire…finalmente un libro di fantascienza come Dick comanda!

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