“Elbrus” di Giuseppe Di Clemente e Marco Capocasa, Armando Curcio editore. A cura di Alessandra Micheli

Il cambiamento climatico è reale. La sfida è avvincente. E più a lungo aspettiamo, più difficile sarà risolvere il problema.”

JOHN FORBES KERRY

Eccolo il nostro problema di oggi.

La fantascienza che invade le realtà e che mette a repentaglio l’antica concezione dell’uomo: lui al centro dell’universo.

E l’universo a fargli da servo.

L’uomo a cui è stato dato il potere di nominare il mondo, le cose, gli animali e gli alberi e che è stato tradotto nella percezione limitata di uno strano animale in io domino.

E in questo mantra irrispettoso abbiamo tentato di scalare le vette del cielo, costruito torri d’avorio in cui confondere i valori che potavamo dentro il DNA.

Rispetto, condivisione, amore per quest’unica vita, sono stati spazzati via dal potere, dall’ingordigia e dalla sfrenata ricerca dell’essenza di ogni elemento che entrava a contatto con noi.

Questo mondo che ci appariva cosi frammentario, complesso e ignoto è stato affrontato con in cipiglio battagliero, con l’intento di combatterlo svelandolo e “usandolo”.

E cosi oggi abbiamo tanta scienza, tanta tecnologia,m tanto di fronte all’uomo padrone del suo destino eppure appreso a un filo.

Eh si miei amati lettori.

Vi credete immortali, vi credete la razza vincente, vi credete i padroni. Città sempre più immense e grattacieli tesi a oscurare il sole.

Denaro e sfruttamento delle risorse sempre più frenetico.

Tutto volto al futuro.

Tutto nelle mani di bambini cresciuti troppo presto senza una guida a franarli o a responsabilizzarli.

E il conto è arrivato.

Si chiama cambiamento climatico, si chiama..anticamera dell’apocalisse. E non lo dico solo io perché sono una pessimista.

Lo dicono i dati, lo dice questo tempo assurdo che gioca con noi con atroci siccità e orrende tempeste.

Che spazza via interi villaggi, con la forza arrabbiata di una terra che è stufa di lasciarci giocare.

Il cambiamento climatico, normale per madre terra, per noi diventa la spada di Damocle sospesa sul nostro elegante collo.

La terra sopravvive.

O si adatta.

Noi siamo solo variabili che sono poco importanti di fronte al tutto.

Ed è per questo che Elbrus, non è più tanto fantascienza, ma possibilità che un domani tenteremo disperatamente di sopravvivere.

Ovviamente modo nostro, senza ripensare ai nostri errati assunti culturali a una scienza privata del so aspetto sacrale.

Tenteremo altre vie.

Tenteremo di sfruttare anche il cielo, i miti e quella voglia che avevamo un tempo, di non sentirci soli guardando il cielo stellato.

Immaginando altri mondi e altri esseri, magari capaci di indicarci la via in quell’universo che ci sembrava cosi irraggiungibile.

Se non si credeva a Dio o alla divinità erano loro Gli Altri provenienti da chissà quale regione a essere un po’ i simboli della perfezione.

O della perfettibilità.

E cosi alieni crudeli quasi una nemesi per questo sciocco uomo, o entità benevole capaci di abbracciarci e farci sentire meno disperatamente soli. Perché in fondo è questo il dramma di Elbrus.

Un uomo che per acquietare un vuoto urlante dentro di lui, dato da troppo distruggere e da poco costruire, si attacca alla possibilità di successo.

Raggiungere altri luoghi da colonizzare, senza mai essere riusciti a vivere in pace e in armonia sulla terra.

E cosi Elbrus ci mostra la possibilità della genetica: quella di superare i limiti della fisiologia.

Ma anche il dramma reale: che i limiti imposti alla nascita e alla crescita della coscienza, non siamo ancora riusciti a superarli.

Possiamo creare la vita, cloni, ibridi.

Ma non la possibilità di essere felici.

Di essere completamente e meravigliosamente uomini.

E cosi in un libro pieno di azione, di misteri, di domande e qualche rara risposta, il dramma nostro viene mostrato: capaci di raggiungere l’acme di ogni tecnologia, capaci di conoscere tutto persino il Dna.

Ma cosi dannatamente fragili.

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