“Il club delle vagine tristi” di Elisabetta Barbara de Sanctis, Entheos edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Ero quasi decisa a lasciare decantare il libro sul fondo di una me che non amo far emergere.

L’ho detto e ridetto: io sono fieramente razionale, cosi fedele al dio della logica da sembrare quasi inumana.

Forse perché l’ordine che viene sempre dopo il caos mi rassicura.

Forse perché dare delle coordinate precise mi fa orientare meglio nel mondo, cosi vasto e misterioso.

O forse, semplicemente tengo, nel fondo del cuore, un segreto.

Che deve restare tale per tanti assurdi ma validi motivi.

Perché credo che il dolore, so di dire qualcosa di scontato, salva. Nonostante apparentemente sembri il contrario.

Salva dalla vera fine, quella dei sogni e delle speranze che adornano la parola ricominciare.

Salva anche la tristezza, quella che ti prende nelle notti solitarie, in cui la luna brilla e ti coccola.

Lontano da tutti, allora smetti di indossare la tua maschera e resti profondamente donna.

Profondamente tu.

Forse noi logici siamo solo gelosi di quella parte di noi, nata da un lutto (come nel mio caso) o da una ferita inflitta da chissà quale orrendo misogino.

E ci sentiamo solo oggetti e mai soggetti in una scena che recita ogni sera la stessa storia, ma mai davvero la tua.

E cosi chiuso il sipario, ti senti solo un numero che arricchisce un pubblico muto e dal sorriso ebete.

La logica ti fa sentire meno qualunque, ti dona la visione schematica in cui il numero è una cosa meravigliosa.

Ma a volte si ha bisogno di essere persone.

Illogiche, irrazionali, fragili, anche fiere di essere cadute nel baratro, nel fango, perché se il corpo fa male significa, per ironia della sorte, che si è vivi.

E allora le vagine in questo libro diventano altrettante parti di me.

Bisognose di raccontare magari la storia che non volevano, ma di cui io avevo bisogno.

Magari ricordarmi che anche io ho una Pilar che brilla, che mi ha insegnato ad amare, a andare avanti con la testa alta e con fierezza.

E magari il senso acuto di nostalgia della mia Pilar mi farà bene e non sarà il gelo che temo, ma sarà fuoco che scalda e cuoce quel fango, fino a creare castelli immensi.

Come dite?

E’ troppo personale questa recensione?

Forse.

Ma in fondo sono anche io una vagina triste.

E no, non è un termine sessista quasi a indicare la sola parte di noi che vale la pena di nominare.

Esisteva nel tempo andato una strana divinità, La Sheela na Gig presente sui templi induisti.

Una donna irridente e spavalda che mostra una enorme vagina.

Senza alcun pudore.

E sapete cosa sta a significare?

La forza enorme dell’energia femminile di cui tutti parlano ma che nessuno conosce o osa raccontare.

Ci penso io a dare voce alla Sheela presente nel libro.

Vagina è dove la vita inizia.

Ma anche il dolore più grande di quanto si diventa donne, mamme, o di quando prendiamo la sembianza della dea antica, la Cailleach celtica.

La vagina è una mente pensante, crea ogni emozione tattile, è una seconda mano.

E’ la risata di Baubo, la dea del divertimento.

E’ la fertilità della creatività.

E’ il piacere giocondo del sesso.

E’ qualcosa di profondamente collegato all’anima.

Per molti il libro ha un titolo assurdo.

Il club delle vagine tristi.

E, infatti, sono donne la cui energia è smorzata da questa cazzo di società cosi bigotta, ma bigotta nel suo intento di tarpare le ali ai sogni.

Non importa se possiamo oggi indossare minigonne.

Se possiamo votare o ereditare beni, o sposare chi ci pare.

Dobbiamo sempre, e sottolineo sempre, venerare il dio del limite nella forma del ruolo che ci hanno affibbiato.

Fin da piccole.

Siamo tristi.

Perché incapaci di esprimerci come davvero vogliamo.

Costrette in abiti aderenti, in una costante prova di quanto valiamo, in una lotta, spesso impari con i modelli che qualcosa ha confezionato per noi.

Addio ai balli sfrenati attorno al fuoco.

Addio alla coda selvaggia di lupa lasciata fuori dall’elegante tailleur in modo provocatorio, quasi a sottolineare la nostra profonda identità ferina.

Addio semplicemente alla voluttuosità del godimento della vita, che sia cibo, sesso, illusione, cultura, o ozio.

Siamo sempre le mogli, le figlie di qualcuno.

Sempre pronta a dimostrare il nostro valore.

Costrette a morire di fame, sia emotivamente che fisicamente per elemosinare ciò che ci spetta.

La sovranità su noi stesse e sulla vita.

Le vagine sono tristi perché hanno proprio perso la capacità di scrivere il loro finale.

Tutte, tranne una.

Una che se ne frega delle convenzioni.

Una che ama oltre le parole, gli schemi e i limiti.

Una che quelle vagine le vuole felici.

Irriverenti, provocatorie, ribelli.

Semplicemente più vicine alla loro anima.

E se il percorso per tornare a casa passa per il frantumarsi dell’anima poco importa.

Pilar ci insegna e ci fa sperare che possiamo sempre ricomporci.

E i pezzi incollati possono esserlo grazie a stupendi fili d’oro.

E diventare vasi in cui l’imperfezione è qualcosa di lussuoso e prezioso.

E forse insegna a me oggi che quelle crepe che ho dentro, perché la mia Pilar è volata in cielo, non sono proprio cosi brutte.

Certo mentre scrivo le lacrime scendono.

Scendono sulle pagine, sulle parole e un po’ su quella rabbia che tanto mi fa assomigliare Letizia o a Irma.

Ma improvvisamente il vento spira e le asciuga.

E forse ora so che è la mia di Pilar unita all’anima di quella del libro che mi dice vivi.

Anche se fa dannatamente male.

Vivete.

E siate fiere di essere vagine tristi.

Perché dopo la tristezza, esiste il sole.

Un sole desiderato, cercato e guadagnato.

E a te, che sei lassù assicuro che non ho mai smesso di provarci.

***

Alla mia Pilar

che non si è ami arresa

Neanche nel momento in cui la vita le sfuggiva di mano.

Però, a me un po’ manchi.

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