“Il vuoto di Yamauba” di Emanuela Mineo, Press & Archeros. A cura di Alessandra Micheli

Di vuoti io me ne intendo.

E non è certo qualcosa di cui vantarsi.

Perché quell’oscurità famelica con un enorme bocca, mai sazia, mai cheta è il demone più spaventoso che si possa incontrare.

Nasce dal dolore, dalla perdita, da un attimo feroce, come è feroce il gelo, il ghiaccio e il vento dei monti quando sono arrabbiati.

E cosi capita che si diventa qualcosa di diverso, da come si è interiormente.

Diffidenti nei migliori dei casi.

Orribili caricature di se stessi, nel peggiore dei casi.

Ecco perché parlare di quest’horror per me non è affatto facile.

Significa aprire il cassetto dei ricordi, quelli di cui non vado fiera e farmi comprendere che, per un periodo io ho assomigliato a Yamauba.

Non ero un cannibale è vero.

Ma il vuoto divorava con crudeltà tutto ciò che mi circondava, come se avesse una fama insaziabile a causa di una maledizione antica.

Chi conosce il vero dolore sa di cosa parlo.

Chi ci lotta con il vuoto.

Chi lo accoglie.

Chi si difende con la follia, con una mente che si rifiuta di accettare il reale.

Chi finge di raccontarsi che è tutto apposto e vive cristallizzato in un attimo, prima che il disastro scendesse come una valanga sulla sua vita. Siamo state un po’ tutte una Yamauba.

In fondo, mi spiace dirlo, caro Giappone non hai inventato alcunché. Spiriti di vendetta, spettri annientati dal dolore, crudeltà su donne indifese ree solo di voler provare a vivere in modo diverso.

Oppure perdite e lutti, quelli che con artigli acuminati sventrano, pezzo per pezzo il proprio cuore.

Baratti di anima, per non sentire più quel martellante suono nella testa che ripete mai più.

Mai più.

Nessun tramonto.

Nessuna eclissi.

Nessuna costellazione a rischiarare il buio.

Condannati a vagare su un monte inaccessibile al calore umano, sferzato dal freddo e dal mistero.

Mai a proprio agio in un corpo che muta, cosi come muta l’anima scavata dal dolore.

Yamauba è l’archetipo, in questo testo, della donna che perde tutto. Destinata a essere solo un grazioso gingillo, viene odiata proprio per la sua incapacità a adattarsi alle regole sociali.

E cosi da fastidio.

Viene vista con disprezzo e timore, tacciata di essere una strega.

Tacciata di blasfemia, di avvelenare persino bimbi con il suo latte acido. Storie ascoltate da ognuna di noi nelle notti tempestose.

Che spaventavano con il loro monito: vedi cosa succede a essere diversa?

Il disprezzo sociale.

Bandita da ogni consesso amicale.

Bandita dalla stanza dei giochi, laddove gli uomini per bene decidono i destini e si avvolgono con catene di acciaio inossidabili.

E noi, noi le diverse intente a fissare una stella su un milione donando a lei ogni sogno, ogni desiderio, ogni illusione.

Eppure qualcosa che ci salva esiste.

E’ l’amore.

L’amore di un corpicino stretto a te, promessa di un futuro diverso, di una catena spezzata.

O una madre che ti fissa come se fossi un miracolo, intessuto di mille magici fili.

E se ti strappano tutto questo?

Se gli occhi che ti stanno salvando dal baratro si spengono?

Perdiamo l’unico contatto con la nostra anima profonda, vilipesa, odiata dall’oggi.

Yamauba è cosi.

Rifiutata perché troppo indipendente.

Rifiutata, perché non ama essere sottomessa, ne ama essere un soprammobile.

Felice, perché con la promessa di una nuova vita, legava a se la Promessa di un piccolo, grande cambiamento.

Tradita, persino dal destino che forse non ama uomini che siano uomini, da tradizioni che tentando con mani artigliate di non lasciarci compiere il nostro fato.

Odiata, da chi in fondo di lei ha terrore.

E cosi che la profezia si autoavvera.

Donne rifiutate che sposano la Khali.

E che portano odio, lo stesso da cui sono generate nel mondo umano. Che forse tanto umano non è.

Perché se lo fosse, non esisterebbe Yamauba.

Raramente ho letto libri scritti con tale perfezione e sopratutto con tale delicatezza.

Perché anche nelle scene più crude, esiste la poesia disperata di chi osserva, forse non può agire.

Ma può raccontare.

E noi che abbiamo un vuoto, che ci sentiamo vilipese, possiamo riavvolgere il nastro della nostra storia.

E forse cambiare il finale.

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