“L’evento” di Toti Condorelli, Elison pubblishing. A cura di Alessia Bertini

Ci sono eventi che ci sembrano così improbabili, quasi impensabili, la loro realizzazione così assurda da concepire.

Il nostro animo di umani tutto umanizza e compatta, con lo scopo di creare concetti comprensibili e valutabili con il nostro metro di giudizio.

Così questi accadimenti vengono investiti di significati mistici, decriptati in presagi più o meno infausti o in segni di buona sorte.

Se crediamo nel caso, nel caos primordiale che governa la natura, nell’entropia, sfumano in quelle che noi identifichiamo come coincidenze; se invece siamo confortati dal pensiero di un progetto predeterminato, da un disegno che guida il nostro operato, ecco comparire il destino.

In entrambi i casi le vite si sfiorano, si concatenano, scorrono parallele, si intersecano più o meno consapevolmente.

Anche quelle di Cesare e Vittoria, di Karim, Anita e del piccolo Rashad sembrano scorrere ognuna nel proprio alveo, giù verso quella foce che confluisce in un unico bacino comune.

Cesare ha un animo irrequieto, tende a perdersi nei suoi pensieri, nelle sue elucubrazioni ad occhi semiaperti, tra sonno e veglia.

Riflette su un mondo globalizzato, omologato, sommerso di inutilità e apparenza.

In cui lui però vuole essere imprenditore di se stesso, vuole avere il suo spazio e costruire qualcosa.

Rientrato in Italia con la moglie dopo una fallimentare ricerca di fortuna in Inghilterra, cerca di ripartire avviando la propria attività di viticoltore, rilevando e convertendo l’attività del padre.

“ … E queste idee fisse, questi pensieri ricorrenti, nascono dal disperato bisogno che ha la gente di trovare cose, dei sistemi, per dare un senso al proprio tempo, per riempire le proprie giornate, cercando diversivi alla noia, sterili rituali giornalieri coi quali colmare il vuoto vacuo che risiede in profondo, quella grigia presenza che sta lì, di sottecchi, sempre sul punto di ripresentarsi, sempre pronta in ogni occasione a saltarci addosso, appostata dietro ogni angolo, appena percepibile ma pervicacemente pervasiva …”

Anche Karim è un animo irrequieto, in un modo diverso, dato che preferirebbe costruire un futuro per sé e per la sua famiglia in Siria, invece di cercare rifugio nel Regno Unito.

Anche lui come Cesare vorrebbe coltivare la passione per il vino, promuovere la sua terra e i suoi sapori come ha fatto in passato la sua famiglia di agricoltori.

Invece si trova a camminare tra macerie, a osservare polvere e respirare paura.

Seppur uomo semplice, non riesce a restare insensibile alla Primavera Araba e diviene membro attivo dei moti di protesta.

Due uomini apolidi, orfani della società, Occidentale o Orientale che sia.

Sia Cesare che Karim si gettano in ragionamenti e pensieri complessi, assorbiti dalla carta a dar forma ad una sorta di flusso di coscienza, una annotazione fluida e prepotente che rispecchia la confusione interiore e la voglia di capire di entrambi.

Esistenze così simili, anche se vissute a distanza, rivelano dei punti di contatto negli ideali e nelle radici della famiglia.

Così, se da una parte il jihadismo minacciava di ingoiare la sua Siria, dall’altra parte della linea di confine, il vuoto vacuo di una società globalizzata e corrotta sbiadiva il residuo di ogni principio morale, di ogni valore di merito, protendendosi minaccioso verso l’intero pianeta per azzerarlo nel proprio nulla.”

Vite che si sfiorano, dicevamo.

E lo fanno.

In più occasioni, senza averne coscienza.

Anche quella sera del 23 dicembre 2018, entrambi incuriositi da uno strano evento religioso che ricorre ogni 516 anni nell’abbazia di Sant’Ifermio, sono figure confuse tra la folla trepidante, inebriata da promesse e attese.

Un rituale spettacolare, ammaliante, stregante.

Ma poi nessuno si accorge che alla fine, quei bastoni levigati e tutti uguali, lanciati in aria nella speranza di un miracolo che li faccia rinascere, cadono a terra privi di fiori o germogli, immutati.

Non c’è miracolo, ma questo sembrano notarlo solo Cesare e Karim.

Una storia quella raccontata da Condorelli che si apre in modo riflessivo e dall’ampio respiro, per poi accelerare il ritmo, alimentare curiosità e stupore, restringendo l’inquadratura su un punto ben preciso.

E tu lettore, scivoli verso l’ultima pagina come avvolto da questa corrente di eventi, pensieri, percependo ogni cambiamento di temperatura, ogni sasso appuntito sul fondale.

La lettura si fa ricerca delle tante piccole citazioni sparse, dei significati dietro ai nomi scelti non certo casualmente: incastri minuziosi e dal funzionamento perfetto.

Rifletto nel leggere di Cesare e della sua vita e penso che, anche se ad aiutarlo nei campi a preparare la vigna c’erano Costanza, Provvidenza e Innocenza, un finale così è quello che serviva.

Un epilogo tipico per un giocatore che si appresta ad intraprendere il suo turno in quel gioco chiamato vita, in cui tanti sono i giocatori, pochi i premi, tanti gli imprevisti e le carte Evento giocate ad ogni round.

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