“L’incanto della luna rossa”, di Andrea Bes, Echos edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Ho pensato molto a come scrivere questa recensione.

Complice un intervista particolare con l’autore, tutto il mio pensiero sul libro è cambiato.

Questo perché, quando certi autori diventano sempre meno personaggi e sempre più persone, cambia anche la visione del testo.

Lo comprendi meglio.

Lo vivi davvero.

Riesci a entrarci con passo baldanzoso e orgoglioso.

Li in quella dimensione onirica eppure cosi reale si snodano allegri i tuoi amici archetipi.

E ti danno la mano accompagnandoti con un sorriso lungo un percorso che esula dalla letteratura e diventa personale.

Solo cosi, soltanto imparando e capendo come un testo sia qualcosa di più grande e profondo di un insieme perfetto di regole grammaticali, sintattiche o editoriali il viaggio dell’eroe si mostra per quello che è: il percorso che tutti noi compiamo per diventare sempre più degni di questo mondo che ci fa dannare, eppure è un regalo immenso.

Non fraintendetemi.

Non dovete giudicare l’animale sociale.

O idee politicamente corrette.

Quello che va visto dietro gli orpelli che adornano appunto l’umo societario è l’anima.

Che liberata da tante stupide fisime si rivela un diamante.

Prezioso o grezzo.

Capace di osservare e nominare il mondo e al tempo stesso cosi coraggioso, da buttare la vento ogni definizione e abbracciarlo, cosi com’è.

Noi amiamo dare limiti alla realtà.

Ci definiamo, quasi in modo ossessivo, definiamo ogni pensiero, e ci allineiamo con quello che sembra farci risollevare dal fango e sentirci importanti.

Soltanto sposando una causa o aderendo a un movimento di opinione. Ma la verità è che nessun essere umano, davvero umano, accetta e tollera il limite, la definizione, la regola.

Osa, osa come fece Eva o come fece Prometeo.

O Icaro, rischiando persino di bruciarsi alla luce feroce del sole.

L’uomo è questo.

Pieno di dolore, pieno di fragilità eppure da ogni azione persino la più scellerata arriva qualcosa.

L’abisso diventa il passaggio obbligatorio persino per chi come in questo libro, non regge e non riesce a reggere il carico del dolore.

E nonostante riti al di la di ogni comprensione, nonostante i temi attuali di sette e adesioni acritiche a ogni suggestione, la realtà è che nulla è cosi netto.

Neanche il bene e il male.

Tanto che, da quei riti forse, e sottolineo forse, qualcosa di buono nasce. La vita risorge dalla morte e ri-inizia.

L’uomo riacquista ciò che ha perduto, seppur un sentire antico che si nutre del nostro amore per boschi e natura.

Tutto alla fine ha la sua spiegazione e il suo posto nel mondo.

Per questo l’incanto della luna rossa non è il solito fantasy.

O si esiste la magia.

Esistono persino i probi e gli scellerati.

Ma nessuna di queste figure è cosi netta.

Perché la vita è meravigliosamente grigia.

Vive e si rotola nel fango.

Sbaglia e nutre la terra con lacrime di sangue.

Ma al tempo stesso sa splendere.

E splende.

Anche laddove sembra non esistere la luce.

Allora si, l’incanto è atipico proprio perché non ha una sorta di cupezza dentro di se.

La sua visione della vita è si complessa ma anche dolce, lieve e luminosa.

Cosi com’è il regno della fantasia.

Che ci racconta, ci salva ma deve anche farci sognare un mondo più lontano della nostra stantia realtà e al tempo stesso nostro, profondamente nostro, e cosi vicino che anche qua sembra di poterlo toccare.

Con una scrittura evocativa fatta straordinariamente di odori e sapori, di frusci di vento e di umidità dei boschi, Andrea Bes crea un piccolo, indimenticabile capolavoro.

Per tutti.
O forse soprattutto per noi tronfi burattini.

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