“Mandibula” di Monica Ojeda, Polidori editore. A cura di Romina Russo

“Mandibula” di Mónica Ojeda è uno di quei libri che riescono a tenere il lettore avvinto ad ogni pagina, è il racconto di una vicenda che quanto più sconvolge e turba, creando talvolta repulsione, tanto più affascina.

E’ come la scena di un incidente stradale sulla quale ci sentiamo irresistibilmente richiamati a posare lo sguardo, è come il film dell’orrore che sappiamo a priori che ci disgusterà e che, tuttavia, non riusciamo a fare a meno di guardare, è come il bicchiere di vino di troppo, quello che già prevediamo ci darà la nausea e ci metterà KO, ma al quale non possiamo rinunciare, ardenti di affacciarci su quell’abisso che si lascia contemplare sornione, guardando a sua volta dentro di noi, per specchiarsi in pensieri, manie, pulsioni, vizi e paure spaventose e primordiali che ribollono nel calderone dell’anima celate al mondo dal coperchio ammaccato dell’educazione, di quei costrutti mentali e sociali dei quali assai spesso ci ammantiamo nella nostra ipocrita “urbanitas.”

“Mandibula” è un universo di figure femminili spaventose, adolescenti, figlie, madri, insegnanti, ciascuna, a suo modo, divoratrice e divorata, legate le une alle altre da rapporti difficili, indescrivibili, morbosi, in cui ogni gesto, dinamica, o parola, ha il suono sinistro del digrignare di denti, dello scricchiolio di mandibole, reali e ideali, pronte a divorare anime, corpi, sentimenti, principi morali, in un vortice spaventoso in cui ciascuno mastica ed è masticato, ciascuno morde, rosicchia, trangugia, e a sua volta viene morso, rosicchiato, trangugiato.

In ogni pagina c’è il gusto dell’orrido di Lucano e di Stazio, c’è la “imagery” ricorrente della decomposizione e della corruzione della carne che richiama in maniera evidente l'”Amleto” di Shakespeare, c’è un ricorso costante alla ripetizione di frasi e formule che ha in sé un che di grandioso ed epico, riportandoci da un lato ai poemi omerici e all’ineluttabilità del destino già scritto per ciascuno dei protagonisti, dall’altro ad una macabra cantilena, ad una filastrocca cupa che pare uscita dalla penna del miglior Edgar Allan Poe.

E su tutto incombe il colore bianco, che qui poco o nulla ha a che vedere con la luce, il candore o la purezza: è il colore dei denti che penetrano nella carne, delle mandibole che triturano e fagocitano, delle distese di ghiaccio spaventose sulle quali non può esserci traccia di vita, del corpo gigantesco e minaccioso di Moby Dick… E’ il colore dell’assenza di colore, di urla silenziose che esplodono all’interno, del dolore che accende la lucida follia di Medea, dello sguardo pietrificante di Medusa…

E’ il colore di tutto ciò che può essere contaminato, come l’universo sovvertito in cui si muovono queste donne, figlie e madri, incapaci di parlarsi, di ascoltarsi, di aiutarsi, figure dalla natura ferina eppure incredibilmente umane.

E’ il colore che resta nella mente una volta terminata la lettura del libro, una pagina sulla quale ciascuno può scrivere la propria personale interpretazione, senza poter negare di aver appena assistito, affascinato e sgomento, alla più grande demolizione di certezze sulla psiche e sulle dinamiche umane che sia mai stata tradotta su carta.

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