“Le rune di Leif” di Carlo Cavazzuti, Saga Edizioni. A cura di Patrizia Baglioni e Romina Russo

Periscono le greggi, periscono le stirpi; anche tu stesso morirai, ma di Leif ci ricorderemo a lung. A cura di Patrizia Baglioni

“Periscono le greggi, periscono le stirpi; anche tu stesso morirai;

ma non perirà giammai la buona fama che uno si acquista.

Periscono le greggi, periscono le stirpi; anche tu stesso morirai;

ma io so una cosa che mai perirà: il giudizio di chi accompagna chi muore.

Alla sera devi lodare il giorno, l’uomo e la donna quando son morti,

la spada dopo averla provata, una fanciulla dopo sposata,

il ghiaccio quando l’hai attraversato, la birra quando l’hai bevuta.

Con il vento abbatti gli alberi, col buon vento mettiti in mare,

con il buio fai l’amore, chè son molti gli occhi del giorno;

la nave usa per viaggiare, lo scudo per proteggerti,

la spada per colpire e la fanciulla per baciarla.”

Periscono le greggi, periscono le stirpi; ma la leggenda resta.

Lancio le rune e svelo il destino, o accantono la profezia perché a compiersi sia la sorpresa?

In questo caso, parlando di LE RUNE DI LEIF, il risultato sarà il medesimo: amerete questo libro.

A parlare in questo testo sono tante voci: la saga familiare, la storia dei feroci uomini del nord, il coraggio di affrontare la morte e la presenza vigile degli Dei.

Più forte tra tutti urla il disincanto, l’aspettativa mancata e la forza interiore di un uomo, Leif, che si rialza ogni volta con determinazione dopo aver incassato i colpi del fato.

Leif è un ragazzo di Leksivfalla che da grande vuole diventare un vichingo, nipote dello Jarl e figlio unico di commercianti, potrebbe avere una vita agiata, ma lo spirito d’avventura chiama.

In effetti quello che lo attende non è un futuro scontato, né comune.

Tutto ha inizio quando Leif incontra un corvo che gli ruba la palla, la cosa già di per sé appare strana, ancora più strano è il fatto che a vedere l’animale è solo lui.

No, non è un miraggio, ma un corvo sacro di Odinn il Viandante, che ha scelto Leif come suo messaggero.

Iniziano così le visioni: preveggenze infauste che terrorizzano i suoi concittandini fino a bandirlo da Leksivfalla.

Leif, ragazzo sensibile e intelligente non comprende cosa gli stia accadendo, è sua cugina Pora, legata a lui da profondo affetto, a spiegarglielo: lui è un godi, un sacerdote caro agli Dei.

La ragazza lo spinge a realizzare il volere divino, ma Leif fa resistenza, è ancora giovane e il suo acume così come la sua razionalità sono forti, non è semplice credere, affidarsi a un desiderio oscuro.

Ma l’istinto chiama e messo alle strette si lascia trasportare dal richiamo mistico dei simboli e dalle storia che la volva Ginna gli racconta.

La donna diventa la sua maestra, lo accoglie come un figlio e cura le sue insicurezze.

Leif ha appena imparato ad accettarsi quando la sua vita viene di nuovo sconvolta: la sua città è stata messa a fuoco, i suoi genitori sono morti e sua cugina è stata presa come schiava.

Un nuovo ruggito emerge dal suo intimo, è quello del vichingo, del razziatore e del vendicatore senza pietà.

A capo di una fèlag decide di partire e non tornerà fino a quando non sarà fatta giustizia.

Ed ecco che la scena cambia ancora, Leif ascolta la voce del mare, riconosce i sospiri delle balene e conosce popoli lontani.

L’avventura prende il sopravvento e il ragazzo diventa uomo.

LE RUNE DI LEIF è un romanzo unico e Cavazzuti uno scrittore di grande talento.

Il romanzo di genere epico raccoglie una storia di formazione, un ricercatissimo lavoro sulle tradizioni culturali e religiose dei norreni, un romanzo d’avventura e una favola.

Sì, perché la narrazione parte da un racconto che un nonno riporta alla sua nipotina nel cuore di Costantinopoli dopo l’anno 1000. Giorno dopo giorno il vecchio racconta la sua vita alla bimba insaziabile di curiosità.

Nonostante la storia di giorno la appassioni, di notte le capita di ricordare i dettagli truci di combattimenti e sacrifici raccontati dal nonno durante i suoi sogni.

Ed eccolo il mondo onirico che si manifesta nella sua potenza: ponte tra il sensibile e il sovrasensibile il sogno mostra, inganna e promette.

Leif lo conosce bene, è allenato a distinguere i vari presagi, ma questo non gli evita dolori e perdite.

D’altronde lui che potrebbe sbirciare nel futuro, non ha mai amato lanciare le rune, lo fa per gli altri, ma quei segni originati dal sacrificio di Odinn, frutto del sangue, al sangue tornano.

Interpretarli per dare sostegno agli altri è il suo talento, ma Leif continua a pensare che è meglio non sapere, vivendo con spontaneità il presente.

Leif lo fa insieme alla sua Felixfèlag, dove tra un viaggio e l’altro, sperimenta l’amicizia vera e il senso di appartenenza a un gruppo.

E poi anche l’amore si compie, che sia giunto anche per Leif un periodo di pace?

Il corvo nero vola in alto richiama a sé gli spiriti, tutto tace nella foresta.

Un giovane lo segue con lo sguardo, si osservano, si riconoscono, il giovane è cresciuto non ha più paura, lo fissa con reverenza e rispetto.

Il corvo scompare dalla sua vista, ma Leif sa che lo tiene d’occhio.

Per ricambiare l’attenzione resta fedele a sé stesso e ai valori del suo popolo, gli Aesir vedono, gli Aesir sanno.

Ecco perché non resta che vivere, con passione, dedizione, trasporto e accorgimento, accettando se stessi e il volere degli Dei.

Romanzo imperdibile per gli appassionati dei vichinghi, ci trasporta nei luoghi dei sacrifici sacri, della teologia norrena ricostruita con sapienza e nelle imbarcazioni leggere e rapide guidate dalle stelle, ma più del mito emerge l’uomo ardito, bestiale, legato a sangue alla sua genia e al suo popolo, scaltro e capace di cambiare.

Leif è uno e tanti, è un vichingo, è un godi, un marito, un padre e un grande amico.

Leif è ciò che gli Dei hanno voluto per lui e ciò che lui ha scelto per sé.

Leif è il protagonista di una storia indimenticabile.

Periscono le greggi, periscono le stirpi; anche tu stesso morirai, ma di Leif ci ricorderemo a lungo.

****

Un vero vichingo cavalca con coraggio le onde di ciò che è scritto. A cura di Romina Russo

Ai tempi dell’Università, sono stata un’entusiasta studentessa di Filologia Germanica. La disciplina che, per tutti gli iscritti alla Facoltà di Lingue e Letterature Moderne, rappresentava uno scoglio insormontabile, in me fece nascere una passione incredibile.

Una passione tale da spingermi a inserire nel mio piano di studi diverse annualità di questa materia e di farne anche l’oggetto della mia tesi di laurea.

Per tutto quel tempo, ho indossato al collo un ciondolo con sopra incisa la runa thorn. E non per le presunte valenze che tanti appassionati di esoterismo le attribuiscono, ma solo perché, ai miei occhi, rappresentava semplicemente il significato letterale del suo nome, la “spina”.

La spina di una passione difficile che mi pungeva il cuore. La spina della consapevolezza che, purtroppo, si trattava di un interesse che non avrebbe mai potuto diventare un lavoro.

Il bellissimo romanzo storico di Cavazzuti mi ha restituito, però, tutte le emozioni di quei tempi, riaccendendo le braci di care, vecchie conoscenze.

Perché sulla civiltà vichinga è stato scritto molto, che forse è troppo poco: nell’immaginario collettivo i norreni sono solo dei bravi marinai, biondissimi e con elmi muniti di corna, un po’ rozzi e simpaticamente avvezzi ad alzare il gomito.

Cavazzuti, invece, ci regala un ritratto genuino di questa civiltà, attraverso la storia avvincente di Leif, un uomo granitico, duro e talvolta spietato, come i fiordi della sua amata terra, ma al tempo stesso autentico, puro, a tratti poetico, come la spuma di quel mare gelido che con coraggio solca per conoscere il mondo.

Vediamo Leif bambino, alle prese con la scoperta di quei doni che lo rendono caro agli Aesir, gli dei, ma al contempo inviso alla sua famiglia, che non esita ad allontanarlo relegandolo ai margini della comunità.

Lo vediamo crescere, diventare uomo, grazie all’apprendistato presso la sacerdotessa Gilla e all’amicizia sincera che la legherà a lui fino agli ultimi giorni.

Assistiamo alla rivalsa di Leif, alla sua fortuna, agli avventurosi viaggi per mare che lo condurranno fino all’estremo Nord, a contatto con le popolazioni Tuniit e con le affinità linguistiche e religiose che esse presentano con il mondo vichingo.

Vediamo realizzarsi l’amore fra il protagonista e sua cugina Thora, preconizzato fin dalle primissime pagine.

Leggiamo, commossi, del cameratismo e della lealtà incrollabili che caratterizzano il félag di Leif, un gruppo di uomini fedeli a lui legati non solo dalla ricerca di comuni profitti commerciali, ma anche dal desiderio di sacrificare ogni cosa, persino la loro stessa vita, per proteggere l’amico.

E anche quando quest’ultimo precipita dalla vetta dei traguardi che ha raggiunto, perdendo tragicamente, oltre al suo status,anche gli affetti più cari, non c’è pagina in cui non continui a brillare la luce della dignità di Leif.

Si compie perfettamente il presagio che lui stesso, da ragazzo, spinto da Gilla, aveva tratto dalle rune.

Dall’acqua mi arriverà un grande dolore. Qualcosa, però, succederà che mi porterà, negli anni, a farmi strada sino a delle ricchezze che potrebbero essere la mia rovina.”

Leif ha, però, in sé, quell’algida saggezza nordica capace di fare da diga al dolore più straziante. Splende del coraggio di chi ha l’abilità di mantenere la rotta della propria esistenza, quanto quella della propria nave, persino nelle acque più ostili.

“Ho imparato a mie spese che non si può andare contro al volere degli Dei. Bisogna accettare ciò che ci viene dato nel momento in cui arriva.”

E da degno vichingo qual è, presto è pronto a rimettersi in viaggio, a conoscere nuove terre, a scoprire altri elementi della sua stessa storia, a raggiungere una grandiosa città in cui a tingere ogni cosa di bianco non sono più neve e ghiaccio, ma marmi pregiati.

Un nuovo inizio che lo porterà a crearsi un’altra famiglia, a invecchiare con la confortante consapevolezza del valore di ciò che ha compiuto, a condividerne il ricordo con l’affezionata e curiosa nipotina.

E mentre Leif ricordava e raccontava alla bambina il suo vissuto così incredibile e avventuroso, io ho raccontato e ricordato a me stessa quanto ho amato tutto ciò che ho studiato.

E come Leif ho capito che, per quanto gli Aesir, le maledizioni o il fato possano interferire con i nostri piani e stravolgerli, ci saranno sempre altri mari da solcare, altri mondi da scoprire, altre competenze da acquisire.

Perché un vero vichingo non si limita a cercare il suo destino nelle rune lanciando ossicini.

Un vero vichingo cavalca con coraggio anche le onde di ciò che è già scritto, certo di scorgere sempre, prima o poi, una nuova meta sul suo orizzonte.

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