“Ho paura di mio figlio” di Charlene Clelie Meunier. A cura di Alessandra Micheli

Ve lo dico subito.

Sono abituata ai libri peggiori che possano esserci nel panorama letterario odierno.

Veri e propri orrori messi su carta.

E raramente, oserei dire si contano sulle dita di una mano monca, i libri che sono stati difficili da leggere.

Quelli che mi hanno costretta a lasciare il mio reader, poggiarlo a terra e bearmi di bellezza.

E fissarlo terrorizzata come se le parole potessero uscire e ghermire, fatalmente, la mia anima.

E respirare affinché i sensi potessero calmarsi e i miei occhi riscrissero a sopportare la vista.

La vista del male ivi rappresentato.

E questo libro ci è riuscito.

Finora solo un maestro come Nicola Lombardi mi avere turbata cosi tanto, tanto da farmi stare male.

Con ho paura di mio figlio, l’autrice non ha creato solo un libro perturbate, dal punto di vista del contenuto e della trama.

Ma è stata anche capace di legarti in un oscuro incanto grazie a una straordinaria tecnica letteraria: la forma epistolare.

Io ve lo dico, odio l’epistolare.

Mi annoia e mi fa perdere il ritmo.

Con quella costante lettura di pensieri, la mia mente divaga e si difende dall’orrore.

Quindi la prima pagina è stata un fiero e quando mi freghi bella mia.

Errore, stupido errore mio.

Mi ha fregata, ammazza se mi ha fregata.

Ci troviamo, infatti di fronte a un diario che…appare vero.

Altro che finzione!

A un certo punto non si comprende se, il testo, sia uscito dagli incubi dell’autrice o fa parte del tangibile.

Il libro si colloca, quindi, tra sogno e reale, si sfuma, fino ad annullarsi.

Quella capacità di mescolare pezzi della trama con quella raggiante cialtroneria tutta umana ( cambiare discorso, soffermarsi sul nulla, su elementi insignificanti) non ha l’effetto di ammorbidire la tensione.

Anzi.

In ogni istante sappiamo che l’orrore è dietro la porta e non sarà mai abbastanza, sarà sempre peggiore.

Una spirale che tenderà a ingigantirsi fino a risucchiarti un un vortice oscuro da cui…è difficile uscire.

E ti lascerà terrorizzato, preda della domande più atroce che un essere, mediamente sano, può farsi: sono davvero un equilibrista sospeso sull’abisso?

Basta davvero uno sguardo al di sotto, rapito come Achab con la bianca balena, da quel mare in tempesta, per esserne inevitabilmente rapiti?

Il terrore è che il male sia come il canto della sirena.

Ti affascina, ti ipnotizza.

Fino al disastro finale.

E qua, signori mie, la fine vi lascerà atterriti.

Per giorni non sono riuscita a chiudere occhi, sobbalzando a ogni rumore, temendo per normali, apparentemente normali, scatti di rabbia.

E questo…mi ha reso profondamente felice.

Grazie mia oscura signora.

Ti aspetto al prossimo incubo.

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