“Adolesco” di Timothy Megaride, Il Ramo e la foglia edizioni. A cura di Romina Russo

Il paradigma di un verbo latino che diventa quasi un mantra, una litania ossessiva che in sole cinque forme verbali pare condensare perfettamente il senso del romanzo di Megaride.

Tommaso è un adolescente, al centro di una di quelle torbide storie che troppo spesso, da qualche anno a questa parte, popolano le cronache nazionali.

Una storia di teenager privi di qualsiasi punto di riferimento, per i quali la scuola è solo un ostacolo da aggirare nel modo più indolore possibile, la famiglia è solo una somma di individualità che si ignorano serenamente sotto lo stesso tetto, gli amici sono meri compagni di uno stesso “branco”, in cui ciascuno è pronto in qualsiasi momento a sbranare l’altro.

Ragazzi senza altra ambizione che non sia la popolarità e la riconoscibilità sui social, obiettivo vacuo e sterile da raggiungere con ogni mezzo lecito o illecito, persino attraverso il suicidio, la morte.

Perché la loro vita si trascina lenta e stanca, senza slancio, senza sogni. E quegli anni verdi, che dovrebbero essere carichi di promesse, anziché farsi tela bianca sulla quale dipingere, una pennellata alla volta, un futuro meraviglioso, diventano cornice tarlata di un terrificante vuoto.

Vuoto per colmare il quale perfino un suicidio seguito da un funerale spettacolare parrebbe una valida soluzione.

Tommaso non teme la morte.

Ma le sue pulsioni lo tengono, suo malgrado, avvinto alla vita.

In fondo, niente pare degno di essere preso sul serio.

Neppure il sesso, che diventa merce di scambio, passatempo o “favore” da rendere all’amico del cuore, Riccardo, omosessuale e, non troppo segretamente, innamorato di lui.

Per entrambi i ragazzi non è che un modo per tirarsi su il morale a vicenda.

E la superficialità con cui compiono e considerano certi atti, sfocia in tragedia quando Tommaso, temendo che sia stato l’amico a spifferare un suo segreto ai genitori, diffonde una foto che ritrae Riccardo durante l’intimità, spingendo quest’ultimo a tentare il suicidio.

Un tentativo maldestro che fallisce. Non solo nell’uccidere Riccardo. Ma anche nell’insegnare qualcosa a entrambi.

Perché ormai Tommaso è in un vortice autodistruttivo. E nel momento in cui viene a galla la relazione che lui, sedicenne, intrattiene da tempo con Marta, la bella insegnante ventottenne ingaggiata per dargli ripetizioni di latino, si realizza la catastrofe di cui, sin dalle prime pagine, si avvertiva il sentore.

Catastrofe che, tuttavia, come nelle migliori tragedie greche, scuote il mondo di Tommaso e su di esso si posa come polvere che reca in sé un flebile sentore di speranza.

Perché sarà proprio l’esperienza della difficoltà, del dolore suo e dei suoi genitori, dell’isolamento imposto dalle indagini e dai procedimenti legali in atto, a mettere il ragazzo di fronte al vero significato del paradigma che tanto lo ossessiona.

E quella voce verbale, adultum, che inizialmente Tommaso aveva erroneamente creduto chiamarsi supino in virtù dell’atteggiamento prono e servile degli adulti nei confronti della vita, adesso assume una valenza diversa, più profonda.

Poiché “le cose che ti fanno soffrire, ha detto mamma, sono quelle più importanti. Nella vita si dimenticano le gioie, non i dolori.”

Finalmente Tommaso inizia a comprendere l’atteggiamento di quelle creature, i “grandi”, che fino a quel momento gli erano parsi quasi degli automi, sciocchi e rassegnati.

E con quel linguaggio che dall’inizio alla fine è la sua peculiarità, con quel suo modo di esprimersi che è una commistione di gergo infantile e di turpiloquio, è il protagonista stesso a spiegarci la nuova consapevolezza che ha raggiunto:

“Adultum non è solo il supino di adolesco, ma è anche il superlativo di forte, cioé fortissimo.”

Adulto è colui che ha sofferto, che ha fatto esperienza del dolore e delle avversità, ma che li ha affrontati con coraggio, accettandoli.

Adulto è colui che ha sbagliato e che ha scelto di fare ammenda dei propri errori, accogliendone le conseguenze con l’intento di ricostruire se stesso.

E a seguito di questa epifania, Tommaso percepisce distintamente ciò di cui è realmente affamato: l’abbraccio di suo padre, i giochi con sua madre, una vita domestica condivisa, una dimensione degna di essere chiamata famiglia.

Perché a poco servono i like, il numero di follower e di visualizzazioni, la popolarità a scuola, l’aspetto piacente.

Noi siamo fantasmi per tutti. Tranne che per le persone che ci vogliono bene. Le quali si possono contare facilmente perché sono poche. Pochi ci conoscono e ancora di meno sono quelli che ci vogliono bene.”

Sono in pochi, a volerci bene, è vero, decisamente pochi. Ma saranno sempre un numero sufficiente a farci scegliere di abbracciare la vita in tutti i suoi aspetti.

Tommaso abbraccia il dolore. Sceglie di non essere un fantasma. Si fa di carne e ossa, di cuore infranto, di mente che pulsa di rimorsi e di domande.

Fa male, ma ne vale la pena. Del resto, è l’unica strada possibile per riuscire a diventare adulto.

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