“Devil Agnese e il male” di Giulia Besa, De Agostini. A cura di Alessandra Micheli

Fatema Mernissi scriveva

L’immaginazione è la sede di ogni sovvertimento..in arabo l’immaginazione il processo che si pone come distaccato dalla realtà, come un ritiro in se stessi, il luogo della libertà individuale che il gruppo non può controllare è chiamata kahayal….il divieto di dare all’immaginazione e alla mente libero corso è radicata nella paura dell’individualità eccessiva… le libertà pubbliche di cui parla la dichiarazione dei diritti umani suonano in modo strano in una società che teme l’individualità perché la ritiene fonte di ogni squilibrio…

Islam e democrazia

Perché ho riportato questo brano?

Seguitemi e lo capirete e comprenderete il legame profondo che ha coni l libro di Giulia Besa.

Il nostro mondo è un po’ simile alla sfinge e si diletta, si diverte a porrci di epoca in epoca qualche quesito ostico.

Che è sempre figlio del primo indovinello ossia cos’è l’uomo, cambiando la prospettiva e il linguaggio.

Oggi ci chiede se la modernità può essere in accordo con alcune realtà più o meno considerate retrograde.

Oggi è l’islam, domani sarà qualche altro “diverso”.

Un altro da noi.

Il contrasto modernità demodernizzaione avrà sempre come fulcro lui, l’essere umano e la scelta su come interpretare, descrivere e raccontare il mondo.

E da quel contrasto tra conservatori e innovatori esce, udite udite la definizione particolare di quell’essere fatto più degli angeli eppure sottoposto a tentazioni e cosi fragile, reo di cadere in tanti tranelli e inganni.

Tra cui, appunto quello del concetto.

E cosi la Mernissi, grande sociologa si chiese quali erano le paura dell’Islam e perché non riusciva ad abbracciare il cosiddetto percorso democratico e rifugiarsi nell’autocrazia e in concetti che fossero dotati di confini rigidi.

Ora, questi sono concetti profondi, forse ostici per i profani, eppure di importanza capitale per sognare e creare una società più giusta e più libera.

Meno dotata di schematizzazioni inflessibili e meno dicotomica, divisa cioè in modo quasi ossessivo in bene e male, giusto e sbagliato bello e brutto.

In tutto questo l’intuizione di Fatima è nel raccontare la modernità tramite uno dei doni regalati da Dio all’uomo, ossia l’immaginazione. Che è la capacità di andare oltre, oltre il concetto difeso da un altro Dio, un certo Jahvè che è definibile soltanto grazie alla sua fissità.

Infatti Jahve significa colui che è.

E io sono se non divento altro.

E su questo si fondano società e stati.

Essere e poco tendenti la divenire. Nel creare questo luogo dotato di alte mura, questa altissima torre di babele io devo schematizzare, porre limiti, rinchiudere in concetti che possano poi diventare preconcetti.

E cosi il bene e male, il giusto e sbagliato che sono delle coordinate con cui è possibile semplicemente leggere la mappa e scoprire il territorio.

Eppure esse divengono la mappa stessa.

E si creano le dittature.

Non solo quelle eclatanti del novecento, ma anche quelle meno insidiose, manifeste e insinuanti.

Questo è il contesto che Crea Giulia Besa, un mondo apparentemente fantasy con una grossa componente distopica.

E la distopia proprio non la sopporta la fantasia.

Perché essa si basa e si nutre della diversità.

E della specificità di ogni “anima” che non può, dunque essere schematizzata e categorizzata.

Ognuno è dotato di qualcosa di immenso e importante, in un mondo sano le proprie specificità anno conosciute, comprese e sapute utilizzare.

In un mondo sano la rabbia non è demonizzata ma strutturata e serve per nominare il mondo e non sottostare, per noia o acquiescente pigrizia all’autorità di turno.

E l’autorità stessa non si nutre di una sottomissione.

Per essere accettata si mette essa stessa in discussione e cambia influenzando e facendosi influenzare dal basso.

Ecco il dominio “sano”.

Un dialogo tra alto e basso, con una ridefinizione costante di se stesso e dei suoi concetti portanti.

Capite però, che in un mondo che ha paura del cambiamento, dell’evoluzione e quindi dell’immaginazione parte del concetto di modernità tutto questo non può certo piacere.

Non cerca il dialogo quanto l’influenza, quanto la manipolazione dei suo sudditi.

Che da popolo dotato di libero arbitrio si trasforma in massa.

E la massa accetta acriticamente ogni legge.

Anche quella di definire la propria anima in base a valori preconfezionati.

Agnese è in questo mondo.

Dove bellezza, bontà e persino successo sono definiti a tavolino da qualcosa di esterno, che usa la ricompensa qualora si accettino le regole e il biasimo sociale e l’alienazione qualora le si rifiutino.

E cosi le anime belle sono accettate anche se l’immagine, parliamo di immagine e non di interiorità non collima con le azioni.

E’ l’autorità esterna simboleggiata dallo specchio a definirci.

Non le esperienze, non il comportamento, non le azioni.

Agnese è completamente fuori schema.

Non è politicamente corretta.

Sperimenta e crede nel potere salvifico dell’immaginazione.

Agnese è il tassello traballante in quel mosaico perfetto e soffocante.

E’ l’immagine del perfetto dissidente.

E’ il deviante per eccellenza guidato dalla rabbia e dalla sete di giustizia.
E’ colei che può romperla quell’immagine poiché può diventare tutt’uno con la sua anima.

Senza credere nel potere della repressione e della mutilazione del se, per poter essere accettata.

E tramite questa ribellione forse, dico forse, imparerà anche a gestire ogni suo lato anche quello che ci appare oscuro.

Come a dire il fuoco può bruciare una foresta ma al tempo stesso, se usato nel modo giusto scalda, protegge e nutre.

Ecco che il libro della Besa diventa qualcosa di più di un semplice fantasy per ragazzi, senza peraltro indugiare nel moralismo senza cadere nel pericolo della pomposità agiografica.

E con quella sua rude e al tempo stesso raffinata semplicità combatte il politicamente corretto restituendo corpo e profondità a personaggi che non hanno più nulla di idealizzato, né di superficiale, ma che scavano con i loro percorsi umani anche in noi stessi.

Personaggi ben caratterizzati capaci di suscitare una strana empatica. Perché forse tutti ci siamo specchiati e abbiamo visto anime etichettate come perverse, maligne, caotiche.

Ecco che anche la bellezza perde i suoi connotati rigidi per abbracciare il valore della differenza, della bizzarria e dell’imperfezione.

Perché Agnese è un po’ in tutti noi ed è ora che la sua voce si alzi e ci proni a tornare meno patinati meno stereotipati, ma forse più veri e più vicini alla vera essenza del nostro essere.

Che forse ci rivela più crepe che interezza ma:

C’è una crepa in ogni cosa.

E’ da lì che entra la luce.

(Leonard Cohen)

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