Review party “Il fiume di nessuno” di Beatrice Simonetti, Delrai edizioni. A cura di Alessandra Micheli

E l′alba sul Danubio a Marco parve fosforo e miele

E una ragazza bionda forse gli voleva dire

Che l’uomo è grande, l′uomo è vivo, l’uomo non è guerra

Ma i generali gli rispondono che l’uomo è vino

Combatte bene e muore meglio solo quando è pieno

Roberto Vecchioni

Non è facile scrivere la recensione del libro di Beatrice.

E’ stato un cammino che mi ha segnato.

Che ha lasciato ferite purulente dentro di me che, diciamocelo, non sono certo una novellina in fatto di libri.

Ho visto durante le mie letture il peggio del peggio.

Guerre, orrori inimmaginabili, lager e ghetti.

Quindi non sono influenzabile, ne con un anima delicata e frangibile.

Eppure leggere questo meraviglioso libro e avere nelle orecchie le parole dure, crude di Vecchioni è stato…tosto ragazzi miei.

Molto tosto.

Quindi vorrei davvero raccontarvi la trama e il libro ma sarebbe uno scarso omaggio all’arte e alla sensibilità di una scrittrice che non è solo talento.

Ma cuore, un grande cuore.

E immagino solo la fatica fatta per narrare queste vicende, inserendo dentro di essere un grido delicato eppure potente, capace di togliere ogni orpello astratto a una guerra che è stata, in fondo, solo orrore.

Perché la grande guerra ancora ci ferisce, ancora si annida nei nostri sogni trasformandoli in incubi.

Fissare fissare sulla carta certe immagini è sicuramente stato logorante.

So che è oramai un ricordo lontano, che non abbiamo neanche più testimoni capaci di non farci dimenticare le atrocità.

Fu un disastro non solo per il numero di morti, non solo per la sua disumanità. Le guerre hanno sempre funestato le nostre nazioni fin dai loro albori.

Crudeli e democratiche, incapaci di accettare le divisioni gerarchiche, non guardavano davvero in faccia a nessuno.

Ne ceto, ne cultura, ne razza.

Eppure…la prima fu diversa.

Fu scioccante, fu perversa.

Nessun codice d’onore, nessun valore.

Tutto morii dentro le trincee, impresso a fuoco negli occhi di giovani uomini, andati con l’ardore patriottico e tornati…devastati.

Dentro l’anima.

La tecnologia si alleò con la blasfemia di chi voleva solo conquistare nazione dopo nazione e diventare immortale nella storia.

Una storia che non poteva certo piegarsi al semplice volere umano.

E pertanto rigurgitante vendette su vendette.

Ha spazzato via un epoca il 1914.

Eppure c’era una forte carica ideale all’inizio, nei cuori di tutti.

Dei protagonisti anche.

La voglia di staccarsi dal pregiudizio familiare.

La voglia di mettersi alla prova e di diventare uomini.

Secondo, ovviamente la morale del tempo.

Uomo duro, temprato dal sacrifico, che svetta orgoglioso e fiero con la bandiera in cui si riconosce.

Termini come patria e vittoria si stagliavano arroganti contro un cielo rosato, come preannunciatore del sangue che si verserà.

La guerra fu, e Beatrice lo spiega perfettamente, una strana opportunità per tutti.

Chi cercava liberazione, chi successo, chi guadagni, chi potere, chi identità.

La prima mondiale distrusse il mondo “antico”.

Distrusse anche la fede nelle ideologie.

Fu il primo passo per rendersi conto che l’uomo era qualcosa di diverso dagli ideali illuministi e romantici.

E non c’è gloria nella lotta, non c’è guerra nel togliere all’altro la vita.

Contrariamente a quanto tramandato da stantii poeti evanescenti e illusori.

Abili stregoni capaci di mascherare la realtà infarcendola di meravigliose bugie.

Due ragazzi questo dramma lo affrontano.

Affrontano le debolezze e affrontano la più grande paura dell’uomo: abbrutirsi. Perché chi è messo davanti all’orrore non sempre riesce a dare il meglio di se. Diventa quasi vuoti, e facile da riempire di sentimenti che di umano poco hanno.

Rabbia, rancore, vendetta, rivincita.

Ecco il fiume di nessuno.

Nessuno vince e nessuno perde.

Nessuno conquista, nessuno dimostra davvero chi è perché è solo un burattino al comando del Magiafuoco di turno.

Eppure Felix Hoffmann e Benjamin Händler, una speranza l’hanno incisa dentro se.

L’amore.

Che se fa apparire davvero il fiume di nessuno quel premio egocentrico che ha scatenato l’ira di ogni sovrano, per loro diventa davvero il riscatto.

Davanti al sangue nelle trincee e’ un ricordo, un sentimento mai colto, pertanto più potente che rivela come il mondo stesso, la società, tutti noi abbiamo bisogno dell’unico vero ideale che non tramonterà masi: l’amore.

In ogni sua forma.

Passione, amicizia, voglia di una sana normalità.

Lacultura, l’arte e la bellezza, quella vera.

E’ ci ricorda che è davanti non solo alla violenza insensata, ma anche al crollo di ogni certezza, di ogni quotidianità che l’uomo può davvero scegliere.

E ogni volta si spera che scelga se stesso.

Un libro forte, intenso duro.

Commovente che non lascia scampo.

Uno di quei capolavori rari, che ogni tanto arrivano tra le mie nervose mani.

E che mi rendono felice.

Perché se qualcosa mi scuote nel profondo, mi fa piangere…allora è un vero libro.

Bravissima Beatrice.

La mia eterna gratitudine.

Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione

E quando fu di fronte al mare si sentì un coglione

Perché più in là non si poteva conquistare niente

E tanta strada per vedere un sole disperato

E sempre uguale e sempre come quando era partito

Roberto Vecchioni

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