“Terra nostra. Famiglie criminali in riva allo stretto” di Amato Salvatore Campolo, Susil edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Amo molto i libri di inchieste giornalistiche, che svelano e rivelano i misteri di questa nostra bell’italica funestata, però, da tanti troppi furbetti.

Eppure, in quel marasma di testi pregiati e scritti con attenzione e bravura, non tutti riescono a essere da me descritti.

Quelli di mafia ad esempio.

Intendendo con mafia tutte le organizzazioni clandestina che millantano una loro azione ati-sistema, e che invece sfruttando una sorta di malcontento atavico, inscritto nel nostro DNA si arricchiscono alla faccia di noi, dementi che ancora crediamo al mito dell’eroe tenebroso.

E’ il caso del bestseller Gomorra, che lungi dal farci comprendere e forse schifare le dinamiche all’interno di certi meccanismi di alta delinquenza, hanno reso il protagonista l’eroe oscuro.

Una sorta di Batman che combatte la povertà e il degrado e si erge come scudo contro lo stato cattivo e malsano.

Che il nostro stato sia pieno di buchi e di lacune non l’ho mai negato.

Ma che non è rivolgendosi a un antistato si possono risolvere le cesure all’interno del patto di fondazione politica è altrettanto vero.

Perché ciò che a noi si presenta, spesso, come affascinante ribellione è più conformista del muro che millantano di abbattere.

Ci sono stati magistrati coraggiosi, magistrati di un certo spessore etico e umano che dovrebbero assurgere al ruolo di numi tutelari di ogni zona italiana, anche del sud che è ormai descritto non tanto per le meraviglie del suo territorio quanto per la presenza, almeno nella leggenda popolare, di un certo settore criminale.

E nonostante si sia oramai scoperto o scoperchiato il vaso di pandora, rivelando come i “vermi” brulicanti del malaffare abbiano invaso i settori chiave del potere, ossia l’economia e la finanza, quest’immagine ancora persiste.

E forse è anche una realtà indubbia.

Per troppo tempo il sud è stato quasi costretto a abiurare alla propria fetta di sovranità, considerato d’appendice e costretto a mendicare ogni attenzione.

Ed è qua che si svolge ogni azione contro-natura di alcune frange del crimine: toccano corde segrete del cuore, titillando una sorta di mancanza delle regioni suddette, creata ad hoc da chi ha pensato si all’unità italica come business e non come necessità.

L’unione fa la forza è stata traslata un senso di sottomissione: voi fate parte di noi per gentile concessione dall’alto della nostra compassione.

E’ questo un po’ il senso del sud che emerge dallo scritto di Campolo. Nel narrare le vicende criminali, affondate in un passato neanche troppo lontano (gli anni duemila, il futuro che si mostra e il disagio per lo stesso) si innestano degli elementi che divengono, paradossalmente, il modo con cui una terra compensa il suo vuoto.

E cosi il litorale Ionico diviene terreno per uno scontro di clan che si presentano davvero come l’antistato: sono loro in fondo a garantire una sorta di stabilità rovesciata, dove l’adesione alle leggi diventa quasi una protesta per la mancata visibilità che, lo stato italiano, dona a quei territori.

Salvo svegliarsi quando oramai le bombe divengono eccessive, quanto di morti superano il livello di guardia e quando gli arresti sostituiscono la pubblicità progresso.

In terra nostra si vede l’affermazione nostra, come una sorta di grido di battaglia e di manifesto pieno di malcontento: l’ordine viene sostituito al disordine creato dal potente di turno.

L’onore prende il posto alla compassione.

La famiglia diventa il punto focale e il punto di attrazione di ogni personaggio.

Non è il senso di appartenenza chiamato cittadinanza a farne da padrone.

Sono i valori con cui vengono allattati i personaggi che divengono autorevoli e gli unici ritenuti validi.

Ecco che terra nostra, seppur in modo romanzato racconta una realtà che non vogliamo vedere: fatta di una guerra reale contro un nemico che non è davvero l‘altro clan, ma che diventa un senso di stato a cui non si crede, non si può credere non si riesce a sentire proprio.

Ed è in questo racconto quotidiano, dal taglio giornalistico, crudo e immediato, paragonabile a una sceneggiatura, che l’orrore si mostra in tutta la sua “magnificenza”: la crime story italiana è un qualcosa non di estemporaneo e fuori dalla norma.

Ma è e diventa la norma stessa, la consuetudine, l’abitudine e la normalità.

Tanto che sarà la Castaldo il personaggio fuori luogo, anticonformista e strano, il cui senso di giustizia stride con questo racconto che sa di famiglia e di assuefatta normalità.

E forse è soltanto da questo racconto terrificantemente lucido che qualcuno potrà svegliarsi e comprendere che non è con il patto scellerato con il satana di turno, che si raddrizzano i torti e si può appartenere a qualcosa.

Perché la Calabria ha il diritto a una vera libertà non costruita con prigioni dorate e catene di sangue,.

Bravo il nostro autore a far emergere, senza edulcorarla o senza fare di questi gesti una sorta di agiografica esaltazione il vero male del nostro tempo, che sembra cosi infinito destinato a ripetersi senza sosta.

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