“Insepolti” di Marco Scaldini, Bre edizioni. A cura di Romina Russo

Ciò che ci spaventa di più è, assai spesso, ciò che non conosciamo.

L’ignoto sfugge alla nostra comprensione, la morte è un tabù che, sogghignando, muove da sempre come burattini insulsi i nostri pensieri e le nostre coscienze.

C’è chi, provato da un’esistenza dolorosa o semplicemente mosso da una profonda fede religiosa, vede nella morte la fine di ogni sofferenza, la spoliazione definitiva dalle catene di una corporeità e di una mondanità percepite come condizioni asfissianti e limitanti per lo spirito.

C’è chi, invece, ateo o anche solo strenuo sostenitore dell’ hic et nunc, la vede sì come qualcosa di ineluttabile, ma preferisce fare spallucce e non pensarci, consapevole dell’impossibilità di spiegare o ragionare su un enorme buco nero che inghiotte ogni nostro interrogativo nel suo vuoto angosciante.

Ma per quanto la stessa Chiesa Cattolica agiti da duemila anni, davanti alle nostre coscienze, lo spauracchio dell’Inferno inteso come dimensione ultraterrena priva della grazia e della luce divina, luogo di punizione per tutti coloro che hanno consapevolmente rifiutato il Bene, l’aldilà che ci prospetta Marco Scaldini nei racconti della sua raccolta ci fa molta più paura.

Perché si tratta di una “condanna” che spesso non ha nulla a che vedere con la condotta che si è scelto di adottare in vita; e quand’anche sia diretta conseguenza di scelte sbagliate o di azioni scorrette, i tormenti che comporta, lo strazio di corpi e anime che infligge a chi si ritrova catapultato in tale dimensione, è qualcosa che va ben oltre il concetto di castigo.

È un Male che pare capriccioso e arbitrario, assai spesso sovradimensionato rispetto all’entità della colpa; è una tortura fisica e spirituale, somministrata in maniera sadica da esseri demoniaci che sembrano pascersi di quelle aberrazioni.

E così, un padre straziato dalla morte del figlio, che decide di intraprendere un viaggio nell’aldilà per ritrovarlo, si ritrova coinvolto in una guerra feroce e priva di senso; una giovane badante dell’est segnata da un passato drammatico, proprio quando pensa di essere a un passo dal suo riscatto sociale, finisce per essere immolata al Male; un uomo in visita in un ospedale, prende atto di essere morto e condannato a vivere in un’eternità in cui è costretto a cibarsi di tutti i “nuovi arrivati” nei quali si imbatte; un parco divertimenti in una giornata di sole diventa la tetra anticamera dell’Ade per una famiglia uccisa in un incidente automobilistico.

Ogni racconto è un vortice oscuro, una vertigine che trascina il lettore sempre più a fondo, in un abisso cupo, claustrofobico, in uno di quegli incubi in cui si vorrebbe urlare il proprio terrore, eppure dalla bocca non esce alcun suono.

Ma l’angoscia in cui ciascuna vicenda avviluppa l’anima, diventa, pagina dopo pagina, quasi un caldo mantello, quasi una stanza buia cui gli occhi si abituano pian piano, riuscendo a scorgerne dettagli e sfumature con disinvoltura quasi felina.

Perché è un abisso sensuale e invitante, quello di Scaldini, è quell’ignoto spaventoso che ci chiama a sé con un canto da sirena.

È un invito irresistibile a spiare dal buco della serratura le nostre paure più ancestrali messe a nudo; è una mano tesa dalle unghie adunche, che ci invita a contemplare l’orrore di una sofferenza eterna e fine a se stessa.

La Morte stessa pare cadere vittima di questo incubo, relegata al ruolo di mero strumento nelle mani di un Male folle e insaziabile.

Non c’è luce, speranza, possibilità di redenzione. Non c’è alcuna confortante certezza di finire davvero, di essere fagocitati in un rassicurante nulla in cui lasciarsi cullare nell’oblio come in un ventre materno.

Ciò che resta, alla fine, è la bellezza della letteratura.

Impalpabile, eterea, sfuggente.

Eppure capace di opporsi, serena e beffarda, persino alla morte.

Di tenerci ancorati al suolo, e alla vita stessa, ogniqualvolta la vacuità della nostra esistenza, e perfino della nostra inevitabile fine, bussa con forza alle porte della nostra consapevolezza.

Perché quello che ci regala Scaldini è un meraviglioso incubo.

Ma un incubo è pur sempre un sogno.

La letteratura non è altro che un sogno guidato,” scriveva Borges.

E ci sono sogni, come “Insepolti”, in cui è impossibile non lasciarsi guidare. Perché, come ha detto Buzzati, “grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso.

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