“Il mio nome è ventitré” di Ilaria Chinzari, Leone editore. A cura di Alessandra Micheli

Durante i miei anni universitari feci una scelta radicale.

Io che amavo la politica sopra ogni cosa e amavo sopratutto l’arte o la scienza di esercitarla ( in beffa a chi considera questa disciplina soltanto una perdita di tempo e non una scienza) decisi di specializzarti in un ramo particolare: storico politico.

Non amministrativo, non internazionale, non sociale ma storico.

E cosa ci azzeccava la storia con la politica?

Tutto ragazzi miei.

Vedete voi siete convinti, a vostro malgrado che soltanto i dati del laboratorio, la sperimentazione possa onorare una materia del nome di scienza.

Che le coincidette velleità umanistiche, sono solo perdita di tempo da intellettuali.

Eppure non è affatto cosi.

Scienza è tutto ciò che riguarda la conoscenza formulata secondo un ragionamento che definiamo logico, coerente ma sopratutto parziale.

Nessuna conoscenza sarà esatta, se riguarderà i sistemi sempre più complessi. Anche la matematica, che tanto affascinava i nostri amati filosofi greci fino a sfiorare e intrecciarsi con la filosofia.

E cosi dunque la nostra scienza storica, o conoscenza storica è si fallace, ma capace di dirci molto del sistema più complesso in assoluto: l’uomo.

Si miei amati lettori.

L’uomo sfugge spesso a ogni comprensione totale e per essere conosciuto forse è necessario seguire la linea batesoniana e approcciarci secondo più lenti di interpretazione chiamate discipline.

Fino a far intersecare il cosiddetto arco di esattezza con l’illogicità di alcune filosofie assurde e chiamata con sprezzo esoteriche.

Perché tutto il nostro mondo conosciuto è un simbolo eterno.

Ecco perché decisi di vedere i fenomeni politici come democrazia, voto, diritto in ottica diversa che parlava di ere lontane, antiche che ancor oggi invadono il nostro privato.

Perché la storia non è solo la narrazione coerente di accadimenti, fatti o un congresso di date e personaggi.

E’ qualcosa di più intenso e interiore: è il riconoscimento di come il mondo, l’ambiente e i fatti a cui esso da vita lavorino sull’animo umano.

Ecco perché amo leggere certi libri di storia.

Non tanto biografie o saggi, ma i romanzi dove, la ricerca semplicemente fornisce la protagonista gli strumenti per guardare dentro di se.

E’ stato cosi con alcuni libri.

Ed è cosi ogni volta che leggo Ilaria Chinzari.

Non è solo un racconti che parla di anni dimenticati, anni che vogliamo dimenticare, ma anche di come quei dialoghi tra anni cosi diversi e distanti provochino un cambiamento dentro di noi.

Perché ogni protagonista in fondo è una parte di quella nostra anima, cosi solitaria, cosi triste, cosi afflitta da tante, troppe possibilità e scelte.
E cosi il mio nome è ventitré è semplicemente il percorso per tornare ad appartenersi.

Una lettera dal passato, che suscita una strana empatia e la voglia di ridere il nome a qualcuno il cui ricordo rischia di essere soverchiato dalla polvere degli anni che passano e che inesorabilmente, curando le ferite, ci fa dimenticare.

E dimenticare la storia di ventitré rischia di farci scordare un po’ di noi.

Noi troppi impegnati a cercare cosi tanto il nostro io perduto nella neve di giorni di gelo da non accorgerci che in fondo il segreto è tutto racchiuso in quello strano organo che con i suoi battiti scandisce il tempo.

E da ritmo alla nostra vita.

Il mio nome è ventitré diviene cosi una storia di rinascita e di redenzione.

Quando è il dolore che si inchina sconfitto di fronte a una vita che non riesce proprio e per fortuna a farsi abbattere.

Ma che lacera, stanza e scalza ma fiera si erge al di sopra di ferite che saranno sempre un pò rosse, un po’ infiammate, ma non per questo fermeranno nessun viaggio.

Un libro commovente, prezioso unico come l’autrice che non smette di infondere il suo respiro alla parola.

Grazie

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