“io sono Gordon Bloom” di Francesco Cariti, Scrittura a Tutto Tondo. A cura di Alessia Bertini

Anche se ho promesso di astenermi dal raccontarvi la soporifera storia della mia vita fino alla piaga cruenta che prese circa dieci anni fa, non posso esimermi dal fornirvi qualche informazione.

Cercherò di essere conciso, ma ricordatevi sempre che lo scopo di questo libro è quello di farmi passare il tempo e non quello di intrattenervi.”

Questo libro comincia dalla fine, un po’ come in un film in cui il protagonista fissa il suo sguardo in camera e decide di ripercorrere la sua vita, riassumendola in una sceneggiatura lunga poco più di 300 pagine.

Gordon è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Massachusetts e il suo più grande nemico è il tempo.

No, non sta per morire.

Niente condanna a morte per lui, ma tre ergastoli e interminabili giorni trascorsi in isolamento, tutti uguali, svuotati di ogni speranza.

Inizia così una sorta di dialogo verso un pubblico di immaginari lettori, una celebrazione dei propri ideali e del proprio credo, intavolato come un memoir.

Gordon crede in un solo Dio, se stesso, in una sorta di machiavelliana esaltazione delle sue gesta, volte alla ricerca dell’utile e non certo del “bene”.

Un sé amorale e spregiudicato che non ha paura di ammettere apertamente che l’egoismo è il perno intorno a cui gira il mondo.

Una personalità che strumentalizza, sfrutta e plagia persone ed eventi con l’unico scopo di migliorare il proprio tenore di vita.

Non ho fatto il male perché mi piaceva, ma perché mi serviva. Non sono un immorale, sono un amorale.”

Il protagonista che Cariti ci confeziona non è il classico killer sadico e malvagio che trova piacere nell’uccidere: ad attirarlo sono la fama e la notorietà derivanti dai soldi, non certo dall’omicidio.

Non è nemmeno un protagonista in cerca di empatia, dal passato tormentato fatto di abusi e ingiustizie.

Un’infanzia trascorsa serenamente con mamma Claire, donna brillante e intelligente, papà Benjamin, grande lavoratore e marito affidabile, e Sandra, la sorella maggiore.

È un bambino tra i tanti, a cui piace giocare e dire bugie, non ha molta simpatia per la scuola e adora le feste.

La sua indole anaffettiva si manifesta chiaramente solo in seguito, nel momento in cui i suoi desideri non vengono assecondati e il suo tornaconto personale non coincide più con la routine familiare.

Ecco che quindi la malattia della sorella Sandra diventa elemento di ricatto verso i genitori che sono costretti a pagare la sua collaborazione per ottenere la donazione del midollo.

I soldi sono soldi, afferma Gordon, e la riconoscenza è solo un sentimento.

Con la riconoscenza non si paga un appartamento a Boston, non si comprano auto di lusso.

I soldi sono l’obiettivo primario e Gordon trova nell’arte lo strumento ideale per ottenerli.

Ripercorrendo le orme del padre, cerca il guadagno facile nella vendita di opere d’arte.

Ma, contrariamente a papà Benjamin, non è un colpo di fortuna a determinare il suo successo, ma è la sua mente fredda e calcolatrice a diventare il mezzo con cui massimizzare i profitti.

Cariti ci propone un romanzo difficilmente catalogabile, un giallo al contrario in cui già conosciamo l’assassino, sappiamo che sparerà e pagina dopo pagina restiamo in attesa di scoprire quando e come avverrà.

Una sorta di pistola di Cechov lasciata in bella vista fin dalle prime frasi del racconto.

Una suspence diversa, ma che cattura e affascina tanto quanto l’anomalo protagonista.

La scelta di raccontare in prima persona le vicende ha permesso a Francesco di farci capire a fondo i pensieri di Gordon e di farne strumento di attenta riflessione su concetti cardine della vita sociale.

Giustizia, conformismo, moralità diventano protagonisti di piccole dissertazioni disseminate tra le pagine dei ricordi dello stesso Bloom e ci permettono di capire il vero senso nascosto dietro il racconto della vita di Gordon.

La vita dell’uomo integrato nella società è una vita da prigioniero, un po’ più confortevole della mia attuale, ma priva di quella libertà che potete solo leggere nei romanzi o vedere al cinema. Quello che conta è che il finale della storia non premi il Gordon Bloom di turno. Questo il lettore, o lo spettatore, non lo accetterebbe, perché sarebbe come urlargli in faccia che è un fallito, avendo egli sacrificato la propria vita per rispettare quelle regole in barba alle quali il cattivo si è preso tutto quello che egli desiderava.”

Una critica nascosta tra le affermazioni forti e quasi assurde elaborate dalla mente del protagonista.

La serie di eventi cruenti che ho donato al mondo dello spettacolo non poteva essere ignorata dalla cupidigia propria dello sfrenato capitalismo americano: un sistema cui ero fiero di appartenere, va detto.”

Il punto di vista dell’assassino non è assoluto, ma viene abilmente integrato con quello della controparte investigativa tramite un astuto escamotage: un libro, dal titolo “Camminando sui morti”, scritto da uno dei poliziotti artefici della sua cattura, l’impacciato e deriso Golinsky.

Gordon attinge così dal manoscritto per colmare la parte relativa alle indagini fornendo un racconto più dettagliato della sua vicenda.

La sensazione di essere passati ad un narratore onnisciente si fa decisamente preponderante in certe parti ma, nell’insieme, questa tecnica permette al lettore di seguire la contrapposizione speculare tra Gordon e la sua nemesi, il detective Primey.

Primey, l’unica figura che Bloom non disprezza e verso cui nutre rispetto, una sorta di detective vecchio stampo, uscito dalla penna di una Agatha Christie contemporanea.

L’esordio scelto da Cariti convince: una storia ben strutturata e scorrevole, un mix di elementi abilmente prelevati dal tradizionale thriller, unito alla forza di denuncia del noir.

Una base ben amalgamata con spunti filosofici e di riflessione sociale a cui aggiungere, a decorazione finale, frizzante ironia e tagliente sarcasmo.

Insomma, un cocktail chiamato Gordon Bloom.

Cin cin.

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