“Lacryma” di Domenica Lupia. A cura di Gaia Puccinelli

Questa è la storia del declino di una vita, della lenta discesa verso la dipendenza in molteplici forme, del deragliamento dell’esistenza di Michele, un ordinario studente di Filosofia, il cui unico vizio era l’appuntamento fisso con una birra alla fine di ogni giornata di studio, ma sarà proprio questo vizio la causa prima di ogni guaio, l’innesco della bomba ad orologeria che segna lo scorrere dei secondi prima della fine.

A causa di quella birra Vik entra nella vita di Michele, facendo crollare tutte le sue certezze.

Da quel momento in poi Michele non è più un’entità a sé stante; perde il controllo della sua identità, plasmandosi sui desideri di Vik. Dapprima questa fusione è riluttante, quando l’altro non è presente il giovane studente cerca di resistere alla passione e all’affetto che lo lega all’altro, ma non appena si trova di nuova in sua presenza la volontà capitola e la risoluzione frana immediatamente.

Ma il rapporto a due presto vede la comparsa di un terzo interlocutore: Bea, una giovane, a sua volta innamorata di Vik, tanto bella quanto fragile, che si affida nelle mani di quello che vede come un salvatore.

Così in una notte fredda, in una macchina parcheggiata davanti ad una clinica psichiatrica Vik lega a sé e rispettivamente i suoi amanti, suggellando nell’eros l’appartenenza reciproca, la fiducia reciproca.

Da quel momento non sono più tre individui distinti, ma sono Michè, Bea e Vik; loro tre contro il mondo, loro tre che non si possono fidare di nessun altro, perché nessun altro avrebbe mai potuto comprendere il loro amore, nessun altro avrebbe mai potuto accettarli o amarli più di quanto già si amassero.

E all’amore si perdona tutto.

Per Michè e Bea l’amore era Vik, e a lui tutto era concesso, uno come lui non si poteva certo incatenare, ma tanto poi torna sempre a casa, torna sempre nel grembo della loro trinità. Sapientemente Vik dosa amore e dolore, ferite e medicazioni, per creare dipendenza negli altri due, in modo che desiderino la sua presenza, che non possano allontanarsi dal loro nido; e allo stesso tempo ne assottiglia sempre di più la sicurezza, li fa vacillare così che il loro unico punto di riferimento possa essere lui. Per paura o per amore.

In queste pagine la dipendenza è esplorata in molte declinazioni: da quella affettiva a quella chimica, in particolare la dipendenza da eroina.

Delle due però, quale sia la più tossica, è difficile da decidere; nella mente di Michele, Vik e “la roba”, diventano le uniche due costanti, le necessità primarie, quelle che il suo istinto mette davanti a qualsiasi altro bisogno, anche prima dell’istinto di sopravvivenza.

Un libro che si legge tutto d’un fiato, che ti fa immergere completamente in un’altra mente, che ti fa percepire davvero quell’urgenza di sentire di nuovo le braccia dell’amato che ti stringono, la bruciante sensazione di un ago che ti penetra la pelle e ti fa perdere la strada, tanto da non volerla nemmeno più cercare.

Ogni personaggio è costruito sapientemente e incastonato nel suo ruolo, in quel microcosmo romano di via delle Rose che ha il suo centro in Vik, il carisma fatto persona, la rappresentazione della continua ricerca di emozioni, di qualcosa che stuzzichi i sensi che però non può mai essere saziata, e in questa ricerca attira chiunque si trovi nel suo raggio d’azione.

Ma ad ogni forza centripeta ne corrisponde una centrifuga, e nessuno può riuscire ad ancorarsi tanto bene da far fermare la giostra di Vik.

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