“il serial killer” di Paola De Nisco, PAV edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Ho avuto la fortuna di conoscere la bravura di Paola grazie a un libro che si pone tra la narrativa storica e quella di formazione: alla fine il silenzio.

E ho apprezzato ( come non potevo apprezzare) la capacità dell’autrice di approfondire l’interiorità dei personaggi e tratteggiare con grazia e rispetto un periodo storico davvero particolare.

Ed è stato questo rispetto per eventi tragici, cruenti e difficili a farmi innamorare di quello stile elegante, distinto e al tempo stesso potente capace di scuotere e commuovere anche il mio gelido cuore.

Ma davanti a un thriller, di quelli veri, quelli che affrontano il peggior male possibile mi sono bloccata: come poteva la sua eleganza sposarsi con una tram csi cruda?

Impossibile.

O almeno cosi pensavo.

E per fortuna l’impossibile, in letteratura non esiste.

Chi ha talento è capace di stravolgere le regole e di piegare ogni struttura narrativa al suo volere.

E pertanto, questo libro diviene un opera capace di sposare ogni “cliché” del genere con una capacità descrittiva mutuata dalla narrativa.

E Paola con la delicatezza che la contraddistingue, con quella classe indiscussa ci porta attraverso l’abisso oscuro di uno dei peggiori soggetti psichiatrici: il serial killer.

Cosa fa diventare un essere umano capace di omicidi di cotal genere?

E’ questa la domanda che si pone e ci pone Paola.

E tenta di rispondere attraverso i fatti: il serial killer è colui capace di infrangere il limite che ci separa da un oscurità attraente e pericolosa, laddove sprofondare significa negare ogni elemento tipico dell’essere umano: empatia, compassione, solidarietà e tenerezza.

Non interessa tanto il racconto, quindi dell’evento sanguinoso, quanto la spiegazione di un perché che sfugge a ogni tentativo di comprensione, a ogni sforzo di renderlo ineleggibile, chiaro e pertanto modificabile.

Soltanto la conoscenza dei meccanismi inconsci che portano un essere apparentemente equilibrato verso la sfrenata e caotica liberazione di pulsioni e istinti distruttivo, poterebbe portarci alla risoluzione di quella rottura coni l reale, proprio perché il prototipo del serial killer è semplicemente chi si pone la di fuori delle regole civili e umane.

Spersonalizza la vittima, la carica di ogni rancore, di ogni frustrazione e la immola come se fosse un capro espiatorio.

E lo mostra soddisfatto alla sua nemesi, l’investigatore, come un duplice invito: a scoprirlo e a fermarlo.

In questa messinscena simile a un rebus o a una sciarada molti hanno voluto vedere una sorta di richiesta di aiuto, un bisogno di essere ascoltato, di raccontare la propria turbe mentale che è la caratteristica di questo libro.

Paola non mette semplicemente in scena il crimine, non caratterizza soltanto un serial killer, ma tenta di definire la parte più strana e inquietante di quel tipo di crimine.

La volontà di essere raccontato, individuato e fermato.

Perché solo allora la storia può trovare sia la sua conclusione sia il suo scopo. Nella narrazione della De Nisco ogni elemento, sia le caratteristiche umane di Chicca Altosole, sia la sia volontà di uscire dalla prigionia di solitudine che si è auto imposta, hanno come fine quello di preparare il lettore per la rivelazione finale: il carnefice non è altro che una vittima che si ribella al suo ruolo e che tenta di saturare le sue ferite con una sorta di strana rivendicazione morale.

Il serial killer è disconnesso cosi tanto dal mondo reale che è incapace di assumersi la responsabilità dei suoi errori e persino del suo dolore e tenta, invano, di acquietare quelle voci interiori, quel malessere proiettandolo sull’altro.

Un altro che è quindi evanescente, completamente inesistente tanto da dover essere cancellato del tutto dalla sua distorta narrazione.

Chicca comprende che l’atto salvifico si distorce divenendo una sorta di delirio di onnipotenza, tipico di chi il dolore non lo affronta, lo sfugge, lo inganna e lo riveste di un mantello invisibile.

Per ironia della sorta è l’incontro con quest’incapacità di vivere una vita piena, capace di comprendere anche il dolore, di abbracciarlo e di non negarlo che aiuta Chicca a riprendere le briglie della sua di vita e tentare di scriverne non solo il finale ma l’intera trama.

Nonostante il suo stile sia delicato e mai eccessivo, la De Nisco riesce a inquietare seppur con pennellate di noir molto sottili, senza negare spazio alla giusta adrenalina.

Seppur a una prima lettura il suo stile apparentemente trattenuto, si comprende soltanto alla fine conme, in realtà sia soltanto calibrato e equilibrato, deciso a dare spazio a molte voci senza però che esse prendano il sopravvento divenendo cacofoniche.

Il risultato è un giallo godibile, scorrevole a allarmante in un modo oserei dire classico: sedimenta dentro il lettore, con una lentezza disarmante per potersi incuneare nelle crepe di ogni anima.

Fino a invadere la mente e a restare, per molti giorni protagonista dei nostri incubi.

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