“Khatru” di Riccardo Pro, Eretica edizioni. Da cura di Patrizia Baglioni

Ve lo dico subito: questo libro è stato una sfida, si presenta come un romanzo storico, un reportage di una missione alla scoperta della Siberia, per poi trasformarsi in un libro di avventura.

Non basta, il contatto estremo con la natura mette alla prova i protagonisti anche dal punto di vista interiore, spirituale fino all’estremo e il testo si trasforma in esperienza esistenziale.

E poi delle cupole che non hanno nulla di terrestre, rimaste ancora oggi un mistero, diventano spunto di ricerca e di studio sull’esistenza di civiltà aliene.

È il 1638 quando il primo zar Romanov invia una spedizione alla scoperta della Siberia, terra ancora inesplorata, formata da un medico italiano, un naturalista francese, un cartografo siriano e da Cuore di Albero, guida del luogo e interprete del gruppo.

Capo della missione è il colonnello russo Majtakov coadiuvato dal giovane tenente Dejnev e dal capitano cosacco Hovorov.

Insieme iniziano un viaggio dove i punti di riferimento sono pochissimi, la rotta è incerta, l’unica certezza è l’insuccesso di chi li ha preceduti.

Eppure a prevalere è l’entusiasmo per l’esplorazione, poggiare i piedi su un territorio vergine riempie il cuore dei viaggiatori di meraviglia, anche se la gioia che guida gli uomini si differenzia da uno all’altro in base al carattere, alla fede professata e alla cultura di appartenenza.

Majtakov marcia pensando a Natalya, le riferisce le sue giornate, le confida i suoi dubbi, lo sguardo verso il futuro inciampa nella nostalgia verso casa.

Dejnev ragiona da soldato, con onestà, fierezza e convinzione negli uomini, ha alle spalle altre esperienze e l’entusiasmo di essere precursore lo rende fiero, lui ha in sé il vero spirito dell’esploratore.

Hovorov è un cosacco, un istintivo, che transita tra le file dell’esercito russo fiero di essere diverso, e approfitta di ogni occasione per guadagnarci, a metà con un mercenario, obbedisce solo alla sua natura.

Sono un cosacco. Riconosco solo il cavallo sotto di me e il Cielo sopra di me.”

Per gli uomini di scienza il viaggio è opportunità di studio per ampliare il proprio sapere e l’interesse permette di superare ogni paura.

Paura?

Sì, di perdersi tra le vie ignote, degli eventi atmosferici, di non tornare a casa, degli animali selvaggi e soprattutto degli uomini.

Di quelli che incontreranno e di quelli del gruppo, perché se i primi non vorranno essere colonizzati, i secondi giocano con la fiducia.

Il racconto a due voci di Dejnev e Hovorov offre due prospettive agli opposti, eppure su una cosa i due sono vicini: hanno l’avventura nel sangue e lo scopriranno sulla loro pelle.

Anche gli altri membri del gruppo si scoprono a poco a poco, nella quotidianità dei giorni che appaiono sempre uguali, a cambiare sono loro, entrano nella dimensione dell’altro e scoprono culture diverse e tradizioni più o meno complesse.

Ma sono nel mezzo della taiga ed è lo spirito della natura a dettare legge, un linguaggio che solo Cuore di Albero sembra comprendere appieno, forse perché lì è cresciuto e con gli enti naturali è abituato a comunicare.

Più difficile è far capire gli altri che lo Spirito non può essere piegato, soprattutto dagli uomini.

La morte lo ricorda, quella improvvisa che li sorprende, quella temuta in una tenda sotto la neve e quella che viene in sogno.

Forse è proprio perché il pericolo li guarda da vicino, che gli uomini si interrogano sulla felicità, la ricercano, la inseguono e soprattutto provano a gustarla nella dose a loro concessa.

“Il dramma dell’umanità in cerca della felicità è uno spettacolo lontano che termina dove inizia questo trionfo. Cupidi monarchi, eserciti allo sbando, consiglieri premiati e vescovi castigati, i fedeli e i traditori, i signori e i pezzenti, i vincenti e gli sconfitti e sangue e gloria e invidia e gelosie. Niente giustifica la violenza. Che nessuna scimmia batta sul tamburo qui, ora.”

I viaggiatori cercano, lottano, dubitano e mutano lentamente, si sperimentano diversi lungo il viaggio, tutto in realtà sembra collegato, ma cosa lo tiene insieme?

“L’amore. Questa forza viva che cerca di ricomporre, attraversando i nostri corpi, lo spirito del mondo. L’anima che non è nostra proprietà ma ci è data in dote, frammentata in ciascuno di noi ma che vuole fortemente tornare a essere Uno. Ecco perché tra ogni essere e ogni cosa sentiamo l’impulso a una unione che la nostra debolezza trasforma in brama di possesso.”

Potrei continuare a scrivere di questa avventura, la ricchezza dei temi suscitano innumerevoli riflessioni, ma questo non è un libro da spiegare ma da vivere.

L’esplorazione costa la vita di alcuni uomini, fatiche terribili e cambiamenti ambientali non del tutto positivi, la Russia del 1600 paese potente ed evoluto per l’epoca si pone come conquistatrice di una terra pura, incontaminata, dove gli uomini che vi abitano isolati mantengono vivo il rispetto per le forze della natura.

Ecco il punto: la purezza.

Da una parte i contaminatori e dall’altra la fredda, candida taiga che resta inalterata nei secoli.

E quando gli uomini la attraversano, la assorbono e il loro cuore nero si purifica, ritrova la via dell’autenticità.

Un romanzo estremamente interessante, dove la narrazione si lascia gustare, le voci si incrociano e al termine del libro resta viva la sensazione di aver fatto parte del viaggio, la Siberia si è destata in noi e ci lascia diversi, cambiati.

Il viaggio è stato arduo, ma ne è valsa la pena.

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