“Il filo avvelenato” di Laura Purcell, Mondadori. A cura di Alessia Bertini

È la Londra ottocentesca piena di fuliggine, dalle fogne a cielo aperto e dai vicoli malfamati ad accoglierci in tutto il suo degrado, fisico e morale.

Le stesse strade che di lì a poco avrebbero fatto da scenario alle crude esecuzioni di Jack lo Squartatore.

La stessa aria malsana, le pozzanghere di acqua lurida e infetta calpestate dal dottor Jekyll e del signor Hyde.

E quel barbiere laggiù, vicino alla sartoria di Mrs Metyard, potrebbe essere forse Sweeney Todd? 

È qui che vive la giovane Ruth, una sedicenne spezzata, derisa e sola.

La povertà che colpisce la sua famiglia risucchia piano piano ogni membro in un gorgo di acque soffocanti.

Una sventura che si autoalimenta e schiaccia nel fango anche lo spirito più combattivo.

Nella madre e nel cucito Ruth trova l’unica ancora di salvezza, il sostentamento per la famiglia che arranca con i pochi spicci ricavati dai quadri di papà Butterham.

Ma lo stesso cucito diverrà la proiezione del suo senso di colpevolezza, di quella necessità di trovare una giustificazione a tutto il male che sta divorando la sua famiglia.

I suoi pensieri negativi, la sua rabbia e il suo odio esplodono nei colori e nelle fantasie dei suoi ricami, facendoli diventare cuffie da notte letali, corsetti avvelenati, abiti in grado di far avvizzire la più leggiadra delle bellezze.

Si dice che l’odio sia un’emozione inutile, una forza distruttiva che non può condurre a nulla di buono. Non è così. Io alla rabbia mi sono aggrappata, l’ho brandita come un’arma.”

Un’arma che arriva a colpire e uccidere silenziosamente.

Il racconto ingenuo e delirante dello spirito ormai corrotto di Ruth ci assorbe in modo coinvolgente e crudo, svelandoci una dopo l’altra le terribili vicende che la vedono protagonista, in un climax raggiunto con la carcerazione della ragazza per omicidio.

Le pagine ambientate nella sartoria della signora Metyard e di sua figlia Kate, braccio destro nella gestione dell’attività, sono sconvolgenti nella loro schiettezza, nei toni folli e cupi udibili solo nei bassifondi dell’anima.

“In quel preciso istante avremmo ancora potuto essere qualunque cosa l’una per l’altra. Il nostro rapporto era come una pezza di stoffa srotolata in tutta la sua estensione, colma di infinite possibilità. Il gesso non aveva tracciato alcuna linea. Avrei potuto amarla. Impugnate le forbici, avrei potuto ritagliare scampoli di amicizia, di solidarietà. Invece fu lei a fare il primo taglio.”

E lo strappo è stato devastante, artefice di cicatrici indelebili per il corpo e per l’animo.

La forte emotività di cui sono intrisi i ricordi della detenuta viene abilmente bilanciata dall’autrice con un’analisi più razionale dei fatti, in modo da affiancare un punto di vista alternativo a quello fornito da un narratore inaffidabile come la tormentata Ruth.

A fornircela è la benestante Dorothea, una bella giovane in età da marito interessata allo studio della frenologia e che, a tal fine, passa i suoi pomeriggi nel carcere di Oakgate, studiando la forma dei crani delle detenute e le loro storie.

L’incontro tra le due ragazze sembra quasi il destino riservato a due anime gemelle che si completano.

Due facce di uno stesso scellino.

Uno yin e yang perfetto nella sua circolarità.

Ruth, sporca e avvolta dalla povertà, rivela un animo quasi innocente nella sua ingenuità, convincendosi veramente della presenza di una forza arcana e letale intrisa nei suoi ricami.

Dorothea, invece, bella e luminosa, cova un’attrazione spasmodica per il dolore, la morte, il male.

Studia i suoi testi scientifici, osservando il suo canarino Wilkie libero di volare nella stanza prima di rientrare nella sua gabbietta dorata.

Tutti in questa storia sono confinati in gabbie dalle sbarre più o meno evidenti; quelle fisiche di una prigione, di uno scantinato o di una soffitta chiusi a chiave; quelle mentali, forgiate dalla schizofrenia, dal servilismo, dalla vendetta.

Mrs Metyard, Kate, Nell, Billy, ogni anima in questo romanzo si cela sotto falsità, maschere grottesche di un carnevale che assume sempre più le sembianze di una marcia funebre.

“Mi domandavo se almeno di notte udissero lo stesso scricchiolio che udivo io. Forse era il mio vecchio corsetto, nascosto sotto il cuscino. Ma poteva anche essere il suono del mio cuore che marciva.”

Un simbolismo impossibile da non notare quello del filo del destino che lega Ruth e Dorothea, in grado di trasmettere attraverso il suo tocco, un veleno più subdolo dell’arsenico: quello dell’odio, di quel male ancestrale e incomprensibile.

Ingiustificabile.

Perché cosa sono la stregoneria e la frenologia se non traballanti teorie costruite per illuderci di poter capire cosa è il male e come si muove?

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