“L’oscurità dell’anima” di Anna Maria Lella, Giovane Holden edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Cosa posso mai dire della penna di Anna Maria Lella?

Poco, pochissimo.

Ed è il primo indizio che fa comprendere a te mio lettore, come ci si trovi di fronte a uno stile maturo, raffinato e complesso.

E quindi la mai anima e il mio senso estetico, gongolano.

Meno le mie dita nervose, desiderose di imprimere il loro passaggio sui tasti. Perché lo sapete oramai, quando un libro è bello è molto difficile descriverlo.

Le mie sono parole al vento, sono solo illazioni e abili e pomposi giri pindarici di una che tenta di dilettarsi con la prosa.

Dovete leggerlo, per comprenderne la bellezza, assaporarlo e viverlo.

Ma, ahimè, questo mi si richiede, quindi chiedo venia alla giovane Holden edizioni se le mie misere parole non saranno all’altezza del testo, ma giuro non è mia responsabilità.

Perché è più facile criticare un testo che raccontarne la meraviglia.

Iniziamo dunque, siete pronti?

Innanzitutto definiamo il campo della nostra analisi: ci si trova di fronte a un thriller che si veste di noir ingannando un po’ il lettore, poiché all’interno si trovano riflessioni profonde che indagano con riflessioni affatto scontate il vero protagonista dell’oscurità dell’anima: il male.

Inutile dirlo e girarci attorno.

Se non fossimo curiosi e spaventati dalla sua tangibile presenza, non ci immergeremmo nelle oscurità profonde e ctonie di questo orribile difetto congenito.

Il male ha mille volti e tante sfaccettature.

E’ stato definito, messo all’angolo, analizzato con i più arditi e fantascientifici mezzi a nostra disposizione.

Eppure è troppo furbo, tropo smaliziato per poter essere messo in catene.

E cosi ci confonde, ci inganna e ci propone un’immagine di se affatto reale.

Il male non ha palchi imponenti di corna, ne difetti genetici posti in rilievo sul volto.

Non ha crani pronunciati o bozzi cosi come la fisiognomica proponeva.

Il male non è riconoscibile e a volte si ammanta di ideali incorruttibili e si insinua nelle cesure del nostro io, in quei luoghi oscuri che rimangono scoperti dalla politica, dalla legge e dalla ragione.

Vive nel sottobosco e prolifica come un abile insetto dai colori stravaganti.

E ci inganna con l’apparente fragilità dei suoi acquosi occhi.

E ci conquista.

E una volta fissato il suo sguardo nei nostri occhi cambia fisionomia e vediamo guizzare come fiamme, l’abisso.

E credetemi una volta che quelle strane foschie ingombrano la nostra mente, siamo in suo potere.

Ci sussurra pensieri scabrosi, lascivi o peggio pensieri di rivalsa in cui il concetto portante è una sorta di rivalsa contro l’ingiustizia di un mondo che smette di indossare la maschera della misericordia.

E si fissa soltanto sulla colonna del rigore.

E slegano entrambi quei doni, rendendoli nemici, concorrenti e distinti ha creato la scala verso il caso.

Ed è un caos diverso da quello del primo nulla, da cui è emerso il mondo.

E’ dispotico, è crudele è distruttivo.

Da questo disordine nulla nasce ma tutto viene distrutto, macinato dalla rabbia, dal rancore e dall’inconsapevolezza divenuta arma.

E siamo tutti soggetti all’oscurità dell’anima.

Anche chi si sente intoccabile.

E cosi creando una tela di ragno vischiosa, da cui è quasi impossibile fuggire, la Lella inizia a sedurci con l’abilità di una penna che risulta matura, smaliziata e al tempo stesso poetica.

E il libro conquista.

Penetra nel profondo e scava.

Scava senza sosta.

E se riesce a creare abisso o paradiso, se riesce a riunire la colonna del rigore alla bellezza della misericordia, beh dipende da voi.

Sarete voi a descrivere, con il sangue che gronderà dalla vostra anima, il vero finale.

A me non resta che inchinarmi davanti a tanta beltà e a ringraziare quella musa che dal cielo sorride benevola.

Un pensiero su ““L’oscurità dell’anima” di Anna Maria Lella, Giovane Holden edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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