“La casa sul mare celeste” di T.J. Klune, Mondadori. A cura di Alessandra Micheli

Ho tentennato molto prima di scrivere questa recensione.

Proprio non mi andava di narrare il libro e le emozioni che mi ha provocato. Perché una volta messe su carta è un po’ come dire arrivederci e lasciarle scorrere dentro te, fino a farle confondere con il tuo sangue e con la lnifga dell’anima.

E non ero proprio pronta a lasciar andare Linus, Arthur, Lucy Calliope, Tallia e tutti gli amici incontrati in questo strano ma incantevole viaggio.

No ragazzi miei, non sono pronta neanche ora.

Ho paura che una volta che la parola si intingerà di tutte le mie sensazioni ,esse spariranno e diventeranno ricordo.

E invece per una settimana abbondante sono rimasta nella casa, in quella strana isola, in mezzo alla foresta a cercare cannibali.

E quando la fantasia diviene reale, quando non irrompe solo nei sogni ma anche nel giorno sfavillante, allora comprendi che quello è il LIBRO.

Non un libro.

Il.

Quell’articolo che ci sta tanto antipatico.

E’ qualcosa di carnale, reale e tangibile.

E allora lo accarezzi, sul dorso con amorevolezza e un pizzico di nostalgia. Consapevole che, in fondo, puoi sempre tornare a Marsyas.

Ogni volta che quella maledetta bolla tenta di rinchiuderti in una precisa gerarchia.

E non ti fa più scappare.

E’ l’abitudine il nostro peggior nemico.

Ci si abitua a tutto.

Al dolore, alla perdita, alla violenza, alla routine.

Al ruolo che ci impongono quando nasciamo.

All’aggettivo che ci devono dare questi impazziti signori del senso. Senza comprendere il segreto dei segreti che quei bambini strani conoscono: la vita è un flusso.

E quello che indossiamo, carne, vestiti, volti non è altro che una mappa capace di guidarci verso le segrete grotte del cuore.

Siamo schiavi dei concetti.

Ne abbiamo un disperato bisogno perché…siamo fragili.

Spaventi dal nuovo.

Terrorizzati dal diverso, dallo strambo, dall’originale e dal bizzarro. Seppur fa parte di una sfaccettatura del nostro essere umani, essa è troppi prevedibile, troppo potente e non ci sentiamo in grado di osservarla senza sentirci straordinariamente piccoli.

I bambini dell’isola del mare celeste sono in fondo parti di noi.

Piccoli frammenti di anime composite che ci appartengono.

Tutti noi abbiamo ragni nel cervello come il piccolo Lucy ( e altri hanno proprio delle blatte morte tra parentesi).

Tutti noi abbiamo sogni irraggiungibili come Chauncey.

O ferite gelide come Sal, e tutti noi ci sentiamo piccoli e friabili come cuccioli quando qualcosa scava in quelle ferite.

O ci sentiamo di non appartenere a nulla, di essere guardati male perché incapaci di essere inquadrati in qualcosa di preciso.

So cosa provate miei amati lettori.

Succede sempre anche a me.

Non sapete quante volte il Freud di turno tenta di incasellarmi in un binario preciso, con frasi da bacio perugina tipo “tu sei una dura ma dal cuore tenero”, “nascondi il tuo romanticismo sotto una scorza dura”.

Come se fosse impossibile per qualcuno essere tutto e il contrario di tutto.

Come un sano essere umano che reagisce a seconda delle situazioni.

E non è colpa mia se trovo tutti rompiscatole eh.

Sembra che la diversità, quella complessità che ci appartiene e che dovremmo rivendicare cono orgoglio non sia accettabile.

Che ognuno di noi deve essere qualcosa di definito e standardizzato. Che deve riconoscersi in un nome.

Ma del resto la rosa avrebbe altro profumo se portasse un altro nome?

(Scusa William se ti ho preso a prestito la frase più bella mai scritta).

Tu sei tu, poco importa il sesso, il colore, il genere, l’appartenenza politica, religiosa o etnica.

Noi siamo qualcosa che cambia, che si scopre con gioia e mai con paura. Almeno cosi dovrebbe essere.

E cosi una deliziosa avventura fantasy non fa altro che farci riscoprire che, in fondo il pregiudizio è solo il modo con cui noi vogliamo rinunciare a essere speciali.

Cosi speciali che persino il dio lontano, irraggiungibile e burbero, ci ha fatto coronati di stelle e gloria e un po’ più importanti degli angeli.

E tutti i protagonisti di questo libro che resta tatuato nel mio cuore non sono altro che piccoli brillanti raggi di sole regalati dall’alto da dio, che si è stufato persino lui di essere definito secondo i nostri canoni.

La casa sul mare celeste è tutto questo.

Vi aspetta quando la bolla diventa soffocante.

Aspetta chi quella bolla l’ha persa da tempo.

Chi vorrebbe uscire dal barattolo in cui è stato costretto.

Chi semplicemente ha bisogno di respirare, finalmente aria nuova.

Grazie TY Klune.

Per avermi compreso.

Per avermi dato un nuovo posto in cui tornare ogni volta che rischio di sentirmi sbagliata o di troppo.

O magari tentata di uniformarmi.

E voi cosa spettate?

Il traghettatore Merle vi attende sulla riva per portarvi dentro voi stessi. Non temete.

Abbaia ma non morde.

Non posso dire lo stesso di Tallia.

Non calpestate mai le sue aiuole.

MAI.

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