“Una notte di neve a Tokyo” di Mia Another, Newton e Compton. A cura di Alessia Bertini

Cambiare vita è possibile.

Quante volte ce lo siamo ripetuti senza però la convinzione sufficiente per passare da un sogno immaginario alla concretizzazione di una realtà più adatta a noi?

Vite capitate, vite guardate passare, da spettatori; tutte impregnate da un sentimento di insoddisfazione che forza lo sguardo a rivolgersi verso altro, con invidia.

Chi non si è mai difeso da questo senso di inadeguatezza, convincendosi che accontentarsi è la chiave per essere felici?

Capita a tutti e più volte di quante ne possiamo immaginare dopo una semplice chiacchierata al caffè o da uno sguardo scambiato in metro: molte volte è per pigrizia, altre per la poca fiducia in noi stessi, spesso perché pensare ad alternative comporterebbe cambiamenti radicali, un’uscita troppo traumatica dalla nostra comfort zone.

Anche Kasumi sembra felice e se tu la incontrassi per caso sulla linea Yamanote mentre va a lavoro al mattino, diresti che è una donna che ha tutto quello che serve per esserlo: un buon lavoro, una bella casa, un marito ricco.

Ma anche lei ha quello sguardo: quello che sbircia furtivo una coppia di ragazzi che si stringono timidamente la mano, o che fugge imbarazzato appena incrocia gli occhi del bell’impiegato seduto al tavolo vicino a Starbucks.

Ma la verità è che nessuna di queste cose mi porta gioia. Sono solo angosce che nel tempo si sono accumulate e solidificate fino a formare un blocco unico, come la neve negli angoli delle strade, quando diventa ghiaccio.”

Incastrata in un matrimonio freddo, accettato come spesso accade per non restare sole, Kasumi ormai ha rinunciato a cercare la felicità nella relazione con suo marito Nobuo.

Incompatibilità e incomunicabilità sono ormai cerchi metallici stretti intorno all’anulare di entrambi.

Un falso oro che si mostra per quello che fin dall’inizio è stato: banale ferro pronto ad arrugginire alla prima pioggia.

Mia Another ci regala un breve racconto ambientato a Tokyo ma dai sapori universali.

Prende in prestito le atmosfere romantiche del Natale giapponese, un periodo che, spogliato dalla valenza religiosa, esplode in tutto il suo lato consumistico e luminoso.

Mescola l’inaspettato, facendo conoscere due persone molto distanti per cultura e mentalità.

Nella sua notte di follia, la notte in cui tutto è concesso, compreso essere qualcun altro, Kasumi conosce Theodore, un violinista arrivato a Tokyo per un’esibizione nella immensa arena del Tokyo Dome.

E anche se a parlare e a presentarsi quella sera è Miki, Kasumi è lì sotto, ne guida i gesti, respirando la libertà di desiderare, di volere.

“Solo per una notte, come negli anni passati” è questo che pensa ma questa volta sembra essere diverso.

In questa favola moderna, la morale dolce e attuale spinge a riflettere sulla felicità, sulla cura del proprio benessere come chiave per vivere felici con se stessi e con gli altri, a non accontentarsi di ciò che ci crea infelicità, a smettere di cercare di modellarlo inutilmente, sperando che cambi volto come per magia.

Trovare il coraggio di sbagliare tante volte, ma con la prospettiva di riuscire a imboccare nuove strade, senza rimpianti alle spalle.

Una piccola storia da inzuppare nella cioccolata calda come un marshmallow, pronta a sciogliersi per addolcire questo freddo inverno.

Devi essere felice oggi, perché i nostri giorni sono pochi, e non possiamo tornare indietro nel tempo. Se mio padre fosse qui, mi direbbe sicuramente questo. Domani è già troppo tardi.”

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