“Si chiamava Mathilde” di Yannick Roch, Les Flaneurs edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Leggere Yannick Rock è sempre un esperienza indimenticabile.

Il tempo si ferma, la realtà si disintegra in mille pezzi per poi ricomporsi in una maniera totalmente diversa.

Le immagini evocate dalla sua scrittura si combinano in figure reali e dalle parole arrivano sapori, odori che ti catapultano direttamente nella sua Parigi. Una Parigi che è si descritta nei minimi dettagli, me è anche prodotto di una percezione straordinaria che la rende sempre più magica, sempre sfumata e preda di contraddizioni che me aumentano l’alone di mistero.

E vagare spensierati nei vicoli, tra le piazze in Ile de la citè ha un qualcosa di evocativo: è una caccia la tesoro, una queste du graal alla ricerca di cosa che all’animo umano sfugge e forse sfuggirà sempre, la verità.

Non che le verità portate allo scoperto da Yannick siano sempre meravigliose. Affatto.

Il mistero, quel senso di sacro che avvolge la nostra par isis (Parigi) nascondo sempre un significato molto più banale, molto meno esoterico e forse più legato al mistero dei misteri, l’uomo questa creatura cosi complessa, complicata e cosi, fatemelo dire, degna di essere definita terribile.

Ecco che il motto posto sopra una moltitudine di edifici sacri assume un altro significato.

Il luogo terribile da varcare non è dunque la chiesa di Rennes, o di San Sulpice, ma l’anima umana laddove il sacro si manifesta in ogni sua sfumatura dall’essere puro e incontaminato alla sua connotazione peggiore, quella che lo rende oscuro,impuro, a tratti crudele, cupo e agghiacciante.

Ecco cosa riserva il testo di chiamava Mathilde.

Non solo la ricerca un po’ narcisistica ammettiamolo, di due personaggi straordinari, unici e non identificabili con un predecessore definito.

Ma la possibilità di usare la giusta chiave e entrare nel regno junghiano dell’ombra, laddove non tutto è come appare e le apparenze sono solo l’abile inganno di un dio grottesco e beffardo.

Nessuno è davvero come si mostra.

Ne la pianista dolce e immagine dantesca della perfezione ma prigioniera delle aspettative altrui e chiusa nella gabbia dorata del rimorso.

Ne il mondo dell’arte, da troppo tempo delizia dei palati più fini, edulcorato e reso scevro da ogni perdizione.

Nè i nostri Renard e Tortue, che anche in quest’avventura non si mettono alla prova ma danno sfogo al nascisistico bisogno di primeggiare e di dimostrare il proprio acume.

E cosi tra indovinelli e enigmi, tra sfaccettature poco nobili dell’uomo

Roch da vita a una trama indimenticabile, ben congenita e ricca di terribili trabocchetti per il lettore di turno.

E in queste botole ci sono caduta spesso durante tutta la durata della lettura, immaginando il finale, divenendo io stessa la tronfia dimostrazione di una presunta sapienza.

Io che ho letto miliardi di gialli, di mistery, di avventure e pertanto convinta di avere una chiave unica per poter aprire lo scrigno segreto dell’autore di turno. Yannick la chiave la nasconde.

E vi sfida a trovarla.

Peccato che all’apertura del baule riccamente instoriato non troviamo ciò che la nostra presunzione ci faceva ipotizzare: non sarà mai la verità che volevamo, che pretendevamo che presupponevamo.

Sarà altro e un altro disturbante senza essere eccessivamente coreografico.

E il finale smentirà quell’alone di magia che aleggia a ogni capitolo.

Ma non per questo non vi lascerà uno strisciante disagio.

Che permanerà per molto tempo nelle acquose e torbide pozze della nostra psiche più profonda.

E so che queste mie misere parole non vi basteranno affatto, che saranno incomplete e a tratti oscure.

Ma per comprendere quale malia vi attende dovete solo scendere nei boluevard della Parigi degli anni trenta.

Meravigliosa e spietata.

E tentare di risolvere il mistero dei misteri: dove caspita è finita Mathilde Levannier?

Dove è andata la fatina dalle mani d’avorio?

E ricordatevi le mani, mi raccomando.

Le mani indicano, accarezzano, ricordano, intessono.

Di più non posso dirvi.

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Un pensiero su ““Si chiamava Mathilde” di Yannick Roch, Les Flaneurs edizioni. A cura di Alessandra Micheli

  1. Pingback: “Si chiamava Mathilde” recensito dal blog “Les Fleurs du Mal”! – Inchiostronoir

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