“Delitto sull’isola bianca. Le indagini del Foresto” di Chiara Forlani. A cura di Alessandra Micheli

Detesto dover scrivere la recensione di un libro che mi è entrato nell’anima.

Non trovo le parole.

E ogni frase imi sembra banale e scontata incapace di far rivivere a voi miei lettori la malia che mi ha rapita.

Eppure devo.

In omaggio alla splendida casa editrice che mi ha omaggiato non solo di un libro ma di un sogno.

E forse donandomi gli strumenti adatti per affrontare una realtà che sento sempre meno reale, e sempre più improntata al bizzarro.

Senza che quel bizzarro racchiuda tra le sue ali, la meraviglia.

Ma ospita solo illogicità portata alle estreme conseguenze.

Quindi chiedo scusa a Chiara, a voi e alla Nua edizioni.

Non potrò mai raccontare degnamente delitto sull’isola bianca.

Non potrò mai farvi comprendere perché questo testo deve occhieggiare dal comodino e da li, proteggere i vostri sogni.

Quindi da dove iniziare?

Proviamo ragazzi, su forza, venite con me.

Innanzitutto la trama.

Un delitto che sconvolge una quieta realtà che sembra congelata nel tempo, incurante degli anni, incurante dell’evoluzione (o involuzione) che bussa insistente alle porte del cuore e che costringe, volenti e nolenti a un salto nel buio.

Che non sarà mai, in fondo, peggiore del passato che ci si accinge a lasciare alle spalle.

Il dopoguerra lasciò ferite aperte, forse ancora purulente, ancora infette.

Del resto anche oggi in questo 2022 non ci lascia in pace.

Incombe su noi, con il suo tetro e gelido volto.

Forse ricordando come una sola svista, una noncuranza, una frustrazione, siano le micce per scatenare il fuoco dell’inferno.

L’isola bianca si protegge dal passato e persino dal futuro, incognita atroce che pesa come un macigno, restando immobile.

Nulla si muove.

Nulla scorre.

Come se la comunità stessa fosse rannicchiata su se stessa, stingendo le ginocchia per proteggersi dal non so, dla forse e dal vedremo.

Le certezze, in fondo, sono anche terribili, terrificante e atroci.

Ci si abitua a tutto.

Al dolore, alla perdita, alla mancanza ma stranamente, non alla felicità.

Non ci sentiamo di meritarla perché troppo imperfetti, troppo spaventati, troppo peini di contraddizioni per respirarla appieno.

In fondo il Foresto è cosi.

E’ speciale.

Ha una dote che gli permette di entrare non solo nelle pieghe del tempo, ma persino nell’antro solitario dell’ombra, laddove probabilmente si nasconde Dio, stufo di farsi ferire da noi.

Foresto ha questa possibilità, comprendere l’animo dell’uomo e quindi comprendere cosa si cela dietro il nome terribile di ombra.

E non lo comprende fino in fondo.

Perché i doni, dei doni, noi vediamo solo l’abisso.

E mai la misericordia.

Ma questo non lo rende arrogante, tronfio, sicuro di se.

Lo rende fragile eppure forte, malinconico e profondo.

Affatto consapevole di essere speciale e quindi perfetto con quella sua purezza del non so, di porre rimedio al caos.

Ed è questa integrità che lo rende adatto a combattere il male.

Che non è altro che un pessimo e sciocco cane che si morde la coda.

Strascico di violenze passate, di una incapacità di dimostrare empatia.

E quindi contagioso come un virus.

Ma Foresto è immune.

Forse perché il dolore lo sente dentro la testa e martella, martella forte.

Il delitto vedrà un alba di giustizia.

Il passato sarà sbrogliato.

E la speranza in quell’isola bianca, fatta di sacrifici e immobilità grazie a quella ventata di freschezza, inizierà a svegliarsi.

Come quando bambini venivamo incitati all’azione dal vento fresco, che una mano gentile, aprendo la finestra, invitava a sfiorarci il viso.

Un libro perfetto, affatto noioso che fin dalle prime pagine cattura, rapisce e conquista.

Leggetelo.

E fatevi conquistare dal mio adorato Foresto.

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