“Zoe Zero” di Grazia Ciavarella, Les Flaneurs edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Come spesso ho scritto è il libro che mi sceglie.

Non io.

E se un testo arriva a me, tra le mie mani un motivo esiste.

Se lo abbandono o se non mi sento di scriverne, allora non è il momento del messaggio.

Quindi Zoe Zero, per quanto apparentemente non sia adatto per una vecchia signora come me.

È arrivato nell’attimo giusto.

E con un sorriso eccomi a voi, per rivelarvi un po’ di lui e al tempo stesso per raccontarvi di me, aprire la porta della mia anima e invitarvi a entrare.

So che molti non lo faranno.

E il cuore sarà protetto perché, come dice un bellissimo proverbio se vuoi che qualcuno non invada il tuo spazi, allora rendilo accessibile.

E cosa ci sarà un questa moderna favola di Biancaneve, ambientata in questo nostro oggi cosi strano e cosi diverso dai miei anni adolescenziali da spingermi a doverne parlare?

Che il tempo non ci importa, perché quello che ogni umano affronta è in fondo simile, per ogni età e per ognuno di noi, per ogni diversità che, come direbbe Drusilla Foer non è altro che unicità.

Ma è proprio questa a sfuggirci.

Ed è proprio questa parola, unicità che noi temiamo con tutta l’anima.

Zoe è apparentemente una ragazzina come tante, come mia nipote ad esempio, come una di quella sbarazzine che si affacciano alla vita con entusiasmo e forse con un pizzico di sconsideratezza.

Lo abbiamo fatto tutti.

Per tutti noi i problemi di appartenenza sono stati una sorta di spina nel cuore.

E in fondo Zoe questo vuole rendere manifesta quel qualcosa di unico che ha dentro.

Che grida, che urla, che preme per uscire.

Ed è questa fame di vita, tipica di ogni età dai 12 fino ai 90 anni che non ci abbandona mai.

E se ci abbandona è perché stanchi aspettiamo il giorno dei giorni, in cui Santa Muerte ci accoglierà a se.

Ma fino a quel momento, la voglia di farsi veder,e di essere definiti dall’accettazione è tanta.

Troppa.

Pesante e spesso capace di farci deviare dai nostri veri sogni o bisogni.

Zoe sta crescendo.

Ma in un mondo che le prospetta il patto scellerato, quello di omologare la propria unicità alle necessità altrui, di chi preferisce avere una sorta di guida, di totem per orientarsi in questo mondo che è sempre più intellegibile e al tempo stesso sempre più minaccioso.

Zoe ha bisogno di raccontarsi.

Ma il racconto deve essere il suo non di chi la osserva senza conoscerla.

Di chi è convinta di sapere chi è solo perché conosce il suo nome.

O di vederla solo perché osserva ogni linea del volto.

Zoe non è un eroe affatto.

E’ totalmente presa da se stessa non per egoismo, ma per quella sete di vita che ho raccontato or ora, sete che preme dentro le ossa e sembra espandersi all’infinito.

Sete di sentirsi descritta dall’altro, a prescindere ed è questo il dramma di chi si questo altro.

Spesso apparenza.

Spesso solo chi non ha il coraggio di essere e sale con patetica sicurezza sul carro del vincitore di turno.

Oggi Zoe ma anche io a questa veneranda età e persino voi, abbiamo bisogno sempre di più di questa descrizione che l’altro fa di noi.

Di vederci riflessi in questi occhi e sentire le parole che ricamano sul nostro cuore.

Però questo fantomatico altro è spesso un PC, uno smartphone, un social, qualcuno che non racconterà mai noi, ma le sue ossessioni e un mondo che è una chimera alla realtà dei fatti.

Zoe sogna il successo.

Ma nel sognarlo accoglie qualcosa che piano piano circonda il suo cuore di solitudine.

Per perde tanto invece di vincere.

Perde il calore di un amicizia, la prospettiva di un amore che ti ama cosi come sei, imperfetta spettinata, profondamente vera.

Perde il contatto con la parte più profonda di se, senza provare più gioa amore e quella sensazione di estraniamento che viene regalata a chi ha una passione vera.

Che sia canto, scrittura e lettura.

E’ il rischio della malattia dei follower.

Della volontà di avere accoliti, ammiratori, influenza su qualcuno e su qualcosa, tranne che su se stesso.

E quella consapevolezza di lottare per uno sprazzo di cielo troppo ingombro di nuvole e oggetti non identificati.

E’ la voglia di sgomitare per dire io ci sono guardami!

E allora scrittura, canto, poesia, arte, e ogni gioia non è più un modo per fare una capatina nell’altro mondo.

Ma solo la creazione di ogni catena.

Zoe è il personaggio di un libro e il lieto fine arriverà.

Perché sarà solo il passaggio, l’iniziazione di una bimba che tramite la perdita di se diventerà donna capendo cosa davvero vuole lei, non il mondo.

Per altre, piccole meravigliose Zoe la prigione non sarà mai abbattuta.

E saranno sempre prigioniere delle aspettative altrui, della descrizione altrui, della volontà di un business più feroce del lupo di cappuccetto rosso.

Ma nonostante tutto io spero che tutti voi, leggendo una storia per ragazzi potesse comprendere il messaggio finale non si suona per gli altri, per il sucesso, per generare invidia ammirazione o autorevolezza.

Si suona semplicemente per se stessi e forse per le stelle.

Per priscilla Mia nipote

a cui auguro semplicemente,

di suonare sempre per le stelle.

La auguro di non soddisfare MAI le aspettative altrui

Ma soltanto le sue.

Di guardarsi sempre con fierezza allo specchio.

in ogni momento del suo viaggio.

E diventare ogni giorno ciò che desidera.

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