“Frasi sporche da insegnare ai pappagallini” di Gaudenzio Schillaci, Alter Erebus edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Ha fatto bene l’autore ad avvertite con una premessa al vetriolo, il lettore prima di affondare nelle torbide acque di questo libro.

Perché sicuramente in modo anche provocatorio, con una sottile vena di crudeltà Gaudenzio Schillaci irride il lettore.

Lo mette alla prova e in modo molto bukowskiano dipinge e tratteggia un personaggio che non può e non potrà mai essere amato.

Vinicio scandalizzerà con quel suo modo molto d’annunziano di godere di ogni piacere, travalicando la morale.

Ne bene, né male.

Solo la volontà di oltrepassare ogni limite e godere dell’immediato.

E questo suo narcisismo voyeuristico, tipico di una mente raffinata, cosi almeno si descrive, scandalizza, disgusta e allarma.

Ed è normale, naturale prenderne le distanze.

Direi no, non è un libro che va letto, raccontato e adorato.

Non è un libro etico, non è un esempio da dare al mondo e ai giovani.

E’ intellettuale certamente, ma di un livello che si fa beffe di valori a cui teniamo in modo particolare.

Ma ci teniamo davvero?

Durante la lettura di questo testo mi sono sempre chiesta perché, perché provassi una sorta di tristezza nel seguire a volte i vaneggiamenti pieni di prosopopea di Vinicio.

Quel suo essere sarcastico davanti a tutto, in un mondo molto vicino a noi che crollava, rivelando tutte le sue crepe e le sue fragilità.

Perché io invece di scandalizzarmi provavo compassione per Vinicio?

Eppure il testo è simile a uno schiaffo potente sul volto, sveglia e fa indignare.

Cosi mi sono messa a riflettere.

E dietro le parole al vetriolo non ho visto altro che un tentativo, disperato che emerge tra le parole, di un uomo che tenta di fare la differenza con il mondo e di proteggersi dalla banalità.

Intrappolato nell’età di mezzo, dava ti al bilancio che sempre più somiglia al baratro, Vinicio non è altro che il simbolo di una società che cerca di morire con apparente dignità, succhiando ultimo brandello di gioventù resa palstificata dla conformismo.

Nessuno slancio.

Nessun velo a ricoprire il marciume che ci ha trascinato fino a qua, in questa soglia di fronte all’abisso che tenta di nascondere la sua butterata faccia con una patetica maschera di forza.

Vinicio è soltanto il fallimento di un epoca, la nostra protesa tra Hesse e Nietzsche, tra Buskosky e Hemingay quando il peccato non era altro che il modo per dare una spinta a una creatività tipica dell’intellettuale braccato dalla mediocrità.

La trasgressione, il non allinearsi, una certa dose di polemica ribellione, appare in frasi sporche solo un altro tentativo per non sprofondare proprio in quell’abisso del nulla.

Sesso, eccessi, un certo nichilismo, lo sforzo costante di rivendicare l’alterità non di fronte all’ideale, oramai morto, ferito e lacerato, ma di fronte a un omologazione che incombe minacciosa.

E che in fondo, divora anche quest’eroa al contrario.

Cederà alla banalità del male, il modo peggiore per essere…allineati.

E al pappagallino non resterà altro che la rabbia persino contro questo triste baluardo di sogni oramai svaniti al tramonto.

Quando ci sentivamo albatros leggiadri nel cielo.

Ma che la realtà ha reso solo clown dai volti grondanti di lacrime.

Un testo controverso, a tratti disturbante, che però nasconde, in fondo l’amarezza di tutti: non siamo eroi e forse oggi non ci interessa neanche provarci a esserlo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...