“I randagi” di Carmine Ferraro, Scatole parlanti. A cura di Gaia Puccinelli

I frequentatori del malconcio bar “El Paso”, sono tutti randagi, anime sperdute, che ormai non appartengono più a nessun posto, a nessun’altro essere umano; sono gli ingranaggi, ormai usurati dal tempo e dalla sorte, che a lungo andare fanno arrestare il meccanismo della società e per questo la società rifiuta tutti loro.

Ma non “El Paso”, lui è sempre lì, pronto ad offrire una birra scadente in cui annegare la propria vita.

Tra le pagine di questo libro sono incastonati i sogni, le illusioni, ma soprattutto le delusioni di una moltitudine di protagonisti, tutti diversi tra di loro, ma accomunati dalla perdita di un pezzo fondamentale nel puzzle che componeva la loro esistenza nel primo, e ognuno reagisce in modo differente, ognuno gestisce i propri sentimenti come meglio può per cercare di sopravvivere.

Così, questa raccolta di spezzoni di realtà ci mostra quanto sia semplice attraversare quella linea sottile che tramuta una “vita normale”, una “vita tranquilla”, in un’esistenza segnata dal dolore, con cui si può imparare a convivere, ma che non si potrà mai cancellare.

L’autore ha la capacità di alternare momenti onirici, quasi fossero dei quadri impressionisti, con tinte sfumate e contorni indefiniti: racconti che si lasciano completare dalla fantasia del lettore, a momenti di cruda (e talvolta anche crudele) concretezza, in cui appaiono le asprezze della relazione con l’altro, la durezza dello scontro con il muro della disillusione e della perdita.

Lo stile è semplice e accessibile, ma mai banale, la molteplicità umana è rappresentata sapientemente anche dalla variazione su tema della lingua, che cambia di volta in volta, adattandosi al narratore di turno, e restando tuttavia sempre fedele ad uno schema di fondo, riconducibile inequivocabilmente alla mano di un autore abile e preparato.

Forma e contenuto, come spesso accade, sono una lo specchio dell’altro, quindi il lettore non si stupirà nell’individuare uno schema più ampio e ben strutturato che compare piano piano, dapprima visibile solo in controluce, strizzando gli occhi dal punto di vista delle prime voci, ma poi il disegno si fa sempre più chiaro, fino quasi a saltare fuori dalla pagina rendendoci una figura che sembra quella di una moira che si fa beffe della caducità della vita umana e che prende in giro queste piccole formiche che si illudono di essere isole e non si rendono conto di essere le tessere di un mosaico tutte collegate tra di loro.

E che si possono capire i propri misteri soltanto risolvendo quelli di chi si trova al nostro fianco.

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