“I diritti dell’uomo contro il popolo” di Jean- Louis Harouel, Liberilibri. A cura di Alessandra Micheli

Per scrivere questa recensione ardua e complessa ho selezionato per prima cosa la musica di sottofondo adatta.

E non posso non scegliere il mio amato Vecchioni con una delle canzoni più adatte al tema, Alighieri.

Canzone su una disillusione, che sia d’amore o ideale.

Un cammino sicuro, che pensavi di poter vivere fino in fondo, ma che è stato per ragioni diverse ostacolato.

E questa disillusione permea un po’ tutto il saggio di Harouel.

E persino me, che ci certi concetti e argomenti ne ho fatto il mio cavallo di battaglia.

I diritti dell’uomo contro il popolo, vi avverto è un pamphlet decisamente polemico, arrabbiato e preciso come una freccia. Arriva al punto, fa male, sconvolge non solo i fautori del politicamente corretto ma anche chi sogna e si sforza di creare un utopistica società cibernetica.

Cosa intendo per cibernetica?

Una società che unisce in se il rigore e la misericordia, la capacità di autoregolarsi e il perfetto incastro di ogni meccanismo che funziona in sincrono come un orologio.

E sapete cosa serve per creare questo miracolo?

La differenza.

Coinvolta come sono, oramai da eoni dagli studi di Gregory Bateson ho rivalutato fortemente il concetto di differenza, punto cardine nella sua teoria della comunicazione. La differenza siffatta è presente in uno degli elementi preponderanti in tutto il mondo sia del pleroma (mente) che della creatura (fisico) tramite il suo veicolo ossia l’informazione.

Essa non è altro che, udite udite la presa di scienza di un avvenuta differenza tra lo stato primario e quello in cui si è compito il salto evolutivo o involutivo chiamato cambiamento. Vede, dunque tutto parte da qualcosa che è diverso, il cui incontro sinergico produce il movimento portato avanti dalla comunicazione. Ed è questa che fa muovere il sistema, anche quello più complesso in senso cibernetico, apportando le giuste modifiche e gli aggiustamenti per tendere a uno stato di equilibrio omeostatico. Ecco questo schema ( grazie Wiener!) è servito da modello anche per le teorie dello stato, per raccontare anzi narrare la sua nascita e per proporre teorie della sua utilità o persino della sua inutilità.

Questa pomposa premessa serve perché possiate comprendere come, le feroci, perché feroci sono, critiche portate avanti fa Harouel siano da comprendere nella loro interezza sistemica.

Non si tratta affatto di posizioni radicali o razziste ma dall’osservazione, sicuramente accentuata stilisticamente da toni forti, di cosa sia il vero dramma dell’uomo: una certa tendenza a proporre in ogni contesto una sorta di acme schismogenico.

E per chi non lo sapesse per schismogenesi di stampo batesoniana quell’insieme tra individui o gruppi che da origine a divisioni tra gli stessi.

Questo perché nel sistema che abbraccia la shismogenesi esiste la tendenza a raggiungere l’acme di ogni emozione e quindi di privilegiare gli eccessi.

Ecco che leggere questo saggio in quest’ottica socio-antropologica ci permette di comprendere il problema sollevato dall’autore; ossia l’ipertrofia dei diritti umani che sembra, però, staccarsi dalla concezione di stato per approdare all’individualismo esasperato.

Che i diritti umani appartengano a un evoluzione del diritto è oramai consolidato. Ma se tale evoluzione si accosta o si impianta su una senso di religiosità che si nutre di una escatologia di fondo, questo può portare all’annullamento dello stato come entità a se stante e quindi del bene comune per abbracciare le rivendicazioni del singolo.

Che singolo non sarà mai poiché impianta questa costrizione men tale sull’appartenenza, sulla comunità non giuridica ma basta su un concetto di etnia religiosa, culturale o valoriale.

Il popolo, infatti, nelle intento di Harouel significa ben altro.

Non è che un elemento formativo di quel fantomatico stato che come ci dimostra la storia del pensiero greco, assicurava e esauriva il bisogno di libertà. Non si era liberi in altro modo se non nella totale adesione alla sovranità dello stato.

Si era liberi nella partecipazione alla cosa comune.

E lo stato cosi immaginato, sognato e desiderato era il posto in cui esercitare i propri diritti e la propria liberà, non si sentiva affatto la necessita di “formularli”.

Perché uno stato dovrebbe garantire i diritti del cittadino e umani se è nel suo interno che essi trovano genesi e prosperità?

In questa modernità spinta all’eccesso schismogenetico, dove la conflittualità è figlia di una sorta di dualismo religioso che, secondo Harouel prende esempio persino dalle teorie gnostiche, lo stato non è altro che un arconte arrogante che inganna e ingabbia le particelle divine presenti in ognuno di noi, ossia i diritti.

La libertà non si esercita quindi dentro lo stato ma fuori di esso, in reazione a qualcosa che si avverte come estranea alinea e perniciosa per la propria integrità di uomini, innanzitutto e mai di cittadini.

Ecco che il popolo inteso come compagine diversificata ma consapevole del patto che è andata a instaurare con il territorio e l’autorità, cede il posto alla massa e al singolo, prede succulente di ogni ideologia estrema, di ogni illusione di appartenenza che, al contrario non esalta la differenza ma l’annulla in nome di una chimera e di una promessa vana.

Harouel sicuramente è a tratti eccessivo e enfatico, ma anche preciso nell’individuare una mancanza assurda e grottesca in questi tempi tecnologicamente avanzati di una sorta di civile evoluzione.

Che forse è quasi involuzione e si rivolge ai tempi in cui, era il diritto espresso dallo stato a assicurare il pacifico godimento di diritti resi speciali proprio dalla diversità.

Se non si riflette proprio su questi argomenti ogni incontro di culture diventerà necessariamente uno scontro, poiché questa contrapposizione io e lo stato non porterà altro che a un vizioso circolo reo di causa o di prevedere situazioni altamente distruttive.

Come l’accoglienza, che accoglienza non è ma è vista come invasione, proprio per quel portare all’estremo il diritto di distinguersi, essere e persino rifiutare l ostato.

Che è, e resta, l’unico luogo in cui la libertà può essere esercitata.

Del resto non l’ho detto mica io.

Ma Gaber.

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche un gesto o un′invenzione

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione

Ma per partecipare, forse è necessario lasciare che parli l’uomo sociale e l’uomo integrato piuttosto che ogni singola rivendicazione che tende a appartenere e omologarsi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...