La rubrica Cinema e parole presenta “Parasite”. A cura di Aurora Stella

Da qualche tempo sono attratta da film , drama, serie tv, coreani. Non potevo, dunque, non vedere anche Parasite.

Già dalle prime inquadrature ho avuto una sensazione di déjà-vu : mi sembrava di assistere alla versione pulita (una sorta di bella copia) di “Brutti, sporchi e cattivi” in salsa coreana…

Solo nella mia testa bacata, mi rimproveravo, poteva esserci una somiglianza tra due realtà così distanti.

Quando mai il regista avrebbe avuto modo di accostarsi al cinema italiano di quel livello?

Noi che al mondo siamo famosi per Sophia Loren e la Ciociara o Gina Lollobrigida o Fellini?

Perché associare un film coreano a robe demodé e cattive come Brutti sporchi e cattivi, appunto, o Accattone?

Ma va, Aurora, mi dicevo. Questa volta il tuo sesto senso ha toppato. Ma figurati se un regista coreano che vive dall’altra parte del mondo può trovare affinità con quattro scellerati film che ricordano in quattro gatti.

Poi al momento clou scatta la voce di Gianni Morandi con “In ginocchio da te” e mi prendo a sberle da sola.

Sì, perché il mio intuito è migliore di me.

Bonh Joon-ho è il Pasolini-Scola della Corea, con un merito in più: non ci sono volgarità (almeno per noi occidentali).

I poveri vengono descritti come feccia, disposti a farsi la guerra tra loro, piuttosto che unirsi e fare la guerra alla povertà. Per la prima volta, mi trovo a empatizzare (al contrario di film italiani come lo scopone scientifico) con i ricchi e, per la miseria, quando quei poveracci di ricchi (che bell’ossimoro, eh?) s trovano coinvolti in tutto quel trambusto solo perché ricchi, beh, mi fanno pena.

Ora potreste replicare che i ricchi rubano l’anima ai poveri, che si arricchiscono sulle loro spalle, che l’ottanta per cento delle risorse è in mano al venti per cento della popolazione e bla bla bla. Grazie, sono tutti discorsi che conosco bene , ma questo non toglie che i poveri restino una brutta razza. Vivono davvero come nel libro della jungla dove la Legge dice che “O mangi o vieni mangiato”. Non c’è posto per l’empatia in Parasite, perché non ce n’è nel mondo reale. La povertà viene esaltata come qualità, da poeti, religiosi e politici, ma chi davvero desidera essere povero?

La ricchezza non dà la felicità, figuriamoci la miseria.

I soldi non possono comprare la felicità, ma tuto il resto sì.

Anche i ricchi piangono? Eh, ma si asciugano le lacrime su fazzoletti di seta mentre dallo yacht vi salutano, mentre i poveri, al massimo, restano nel loro grigiume.

Chi vorrebbe essere al posto di un povero? Ma dai. A sbarcare il lunario con espedienti da due soldi. A vivere in una topaia in un sottoscala dove ubriaconi orinano sulla tua finestra…

Pierpaolo Pasolini ha fatto scuola. Prima in Italia poi all’estero. Non credo che ne avesse l’intenzione, o forse sì, ma sta di fatto che raccontare le brutture delle borgate, la vita inutile delle masse che si trascinano, quelle che nei libri non sono nemmeno degne di apparire in due o tre righe, che in un catastrofico come l’ombra dello scorpione li vedi già morti e bruciati in immani pire senza nemmeno più un nome, ci vuole coraggio.

Chi mai desidera ammettere che è più facile appartenere al sottobosco degli orribili personaggi ameni che nessuno vorrebbe mai avere come vicini di casa? La gente vuole sognare. Vuol dimenticare la realtà, non vuole che gli venga sbattuta in faccia…

Ovviamente il regista Bonh Joon-ho supera anche questo scoglio perché la trama non comprende solo le miserie umane in tutte le sue sfumature, ma ha dei risvolti da thriller psicologico da far sobbalzare dalla sedia. C’è stato un attimo, vi posso garantire, che sono rimasta in apnea come se da un momento all’altro dovesse apparire un serial killer e fare a pezzi tutti.

Forse solo ne il silenzio degli innocenti (quando, attraverso il visore notturno, il killer osserva, non visto, i movimenti di Jodie Foster) ho provato una sensazione simile.

Eppure, stiamo parlando di una storia di tre famiglie (una ricca, due nella mediocrità) che si intrecciano tra loro… Un qualcosa che, tutto sommato, dovremmo aver già visto e rivisto. Un cinepanettone coreano, una commedia degli equivoci e invece finiamo per essere coinvolti, per lasciarci imbrigliare bella rete che Bonh ci ha tessuto intorno perché, senza che ce ne fossimo accorti, spostava i riflettori sulla massa di cadaveri cremati che negli altri film non ha storia, per mostrarcela.

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