“La colpa e l’innocenza” di Sergio Fanara, Scatole Parlanti editore. A cura di Gaia Puccinelli

La vita di Jean si snocciola davanti ai nostri occhi, procede tranquilla e in modo apparentemente casuale in un piccolo villaggio della Provenza francese, Roussillon.

Quello che non manca mai nella famiglia di Jean è l’amore e la complicità, l’affetto puro che lega i molti fratelli e i genitori umili, ma virtuosi negli aspetti più importanti.

Molto presto nella vita del nostro protagonista-narratore compare un’altra figura quasi paterna, un uomo dal passato misterioso, avvolto nella nebbia, l’italiano Stefano Baldini, ma conosciuto da tutti nel villaggio come Stéphane, uno straniero benvoluto che però non si lascia avvicinare facilmente rimanendo a discreta distanza da tutti, tranne che dal piccolo Jean, che si conquisterà la sua simpatia e la sua fiducia.

Tra i due si instaura un rapporto a metà tra quello di allievo e maestro e quello di figlio e padre.

L’idillio giovanile viene scosso una prima volta quando il ragazzo trova una lettera tra le pagine di un libro di Calvino di proprietà di Stéphane, ma la lettera era indirizzata ad un tale Roberto, da parte di una certa Elvira, nomi che a Jean non dicono niente, ma che sembrano avere un effetto strano sul suo mentore che rabbuiandosi tenterà di soffocare la curiosità del suo pupillo con silenzi ostinati, riuscendoci solo in apparenza.

La curiosità al contrario maturerà nascosta per tornare a galla al momento opportuno, in occasione del primo viaggio in Italia del protagonista, in particolare a Palermo, la città che farà emergere i primi risvolti della storia di Elvira e Roberto, fatta di misteri e suspence che ci terrà col fiato sospeso fino all’ultima riga del libro.

L’autore intreccia la storia impenetrabile nata dal ritrovamento della lettera, le vicende personali e biografiche del protagonista e cenni a eventi storici di grande spessore, come le stragi di Capaci e via D’Amelio, che vengono toccate con delicatezza, con il rispetto affettuoso, da una parte e rabbioso, a causa della tragica ingiustizia che simboleggiano, dall’altra.

Lo stile è elegante, senza fronzoli. Il narratore ci coinvolge nel flusso delle sue azioni tanto quanto in quello dei suoi pensieri, talvolta con serena leggerezza, ma mai con superficialità.

Ci sono anche passaggi più lirici, quasi drammatici, affidati alle parole che racchiudono la storia di Elvira e Roberto, ed è proprio in questi passaggi che l’autore racchiude il senso profondo, il messaggio di chiusura di tutta l’opera. Parole d’amore e di nostalgia.

Voltando l’ultima pagina resta la sensazione di dover dire addio ad un vecchio amico, dopo aver risolto il mistero che la sua esistenza racchiudeva lo si deve lasciar andare, abbracciando la nostalgia e il senso di vuoto che questo comporta.

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