“La quarta dimensione del tempo” di Ilaria Mainardi, Les Flaneurs edizioni. A cura di Alessia Bertini

Era già da un po’ che non mi capitava di trovarmi così in sintonia con un protagonista e questo probabilmente perché come James, e forse Ilaria, anche io mi perdo spesso ad osservare le liti tra piccioni e scoiattoli sugli alberi o a cercare antichi codici cifrati nella ruggine delle panchine.

Nei racconti cerco sempre un po’ di me, ma anche qualcosa che vorrei essere: una sorta di eroe imperfetto ma che, nonostante tutto, è in grado di completare la propria impresa.

In Jim invece c’è quello che ostentatamente vorrei non essere ma che intimamente finirò per diventare, magari in parte già lo sono.

Un antieroe eternamente indeciso, abile schivatore della vita, spaventato dalle emozioni, grottescamente ingenuo in molte delle scelte che riguardano la sfera privata, un giocatore sempre in difesa pronto ad afferrare la palla dell’autoindulgenza.

Ma a dispetto di ciò, il provinciale James Murray, ultimo di una famiglia di immigrati irlandesi, ha puntato lo sguardo verso la meta, ripetendo le parole del padre: Dove si arriva e da dove si parte sono i soli punti da tenere sempre presenti per non sbandare durante il percorso.

Nonostante le sue crepe interiori, alla soglia dei cinquant’anni, è un rispettato pubblicitario con un appartamento nella Grande Mela, ha persino una segretaria personale, Patricia, a cui affidare camicie macchiate di caffè da portare in tintoria.

Io ho un temperamatite a forma di polpo, tutto rosa, ma questa è un’altra storia.

Sono passati ormai trent’anni dalla sua fuga da Dirwest, dalla fuga da sua madre, e a New York, immerso nel caotico miscuglio di persone ed eventi, vive ovattato e protetto nella sua routine che ha ridefinito il suo concetto di “casa”.

Guarda scorrere la vita dalle vetrate del suo ufficio; grattacieli che nascono e strade ridisegnate ad ogni sorgere del sole.

Le lenti luccicanti che indossava appena approdato a New York sono state sostituite da opachi occhiali da vista, appannati di disillusione.

Murray, come nonna Aigneis e come i bisnonni Kenneth e Ana prima di lei, aveva dovuto arrendersi abbastanza presto all’idea che del sogno americano, il sogno che tutti invocavano e che qualcuno ancora cercava con commovente pervicacia, erano rimasti i coriandoli attaccati lungo il battiscopa al termine di una festa di carnevale.

La routine di una vita impegnata a scorrere come un taxi giallo su una delle tante Avenue congestionate dal traffico viene improvvisamente deviata.

Una vecchia lettera, scovata in una cassapanca del vecchio appartamento condiviso ai tempi del college, costringe James a tornare indietro.

Tornare a pensare alla sua infanzia, alla morte di suo padre, avvenuta quando aveva solo undici anni.

Ritorna a quella pensioncina per turisti di passaggio che i suoi genitori amministravano nel Missouri, a Dirwest.

La lettera è firmata da sua madre Lucinda, una madre che, nella sua mente, è morta pochi giorni dopo il parto, come racconta agli amici che chiedono della sua famiglia.

Per Jimmy il legame con il padre era qualcosa di vitale, un cordone ombelicale che forniva forza e spensieratezza.

Nei suoi ricordi più felici, Peter Murray è un cantastorie, regala a James aneddoti e lezioni di vita imbevuti di realtà e decorati con fantasia. Marlon Brando diventata il protagonista di una sorta di saga costruita per comunicare con il piccolo Jimmy, ricalcando una dolcezza e una complicità padre-figlio che mi hanno ricordato l’Edward Bloom di Big Fish.

Ma a Dirwest ci sono anche ricordi tristi e quelli invece ci vengono gettati addosso, come se James nel riviverli avesse aperto un cassetto stipato di vecchi indumenti stropicciati e volesse solo liberarsene gettandoli sul letto.

Cosa cerchi, non lo capiamo bene: tutto ormai è deformato da quel forte risentimento, dalla delusione, dai pugni dei bulli della scuola, macchiato dagli insulti, bagnato dall’alcool.

Ho pensato a cosa ne sarebbe stato di James se fosse stato da solo ad affrontare tutto questo.

A come avere qualcuno vicino molto spesso rappresenti la differenza tra fare e non fare, cercare e trovare.

Gavin è un amico insostituibile per James, al contempo àncora e faro: capace di dare stabilità al suo animo irrequieto ma anche di direzionare la sua navigazione, ormai in balia delle onde, verso un porto a cui attraccare.

Quando lo vide così, con le braccia rigide lungo i fianchi e il busto lievemente basculante, quasi assorto, Gavin capì che James Murray era fatto di vetro. Un uomo che aveva tentato di lottare ma era poi divenuto consapevole che di tutta quella caparbietà era rimasta solo l’immagine riflessa nei finestrini delle auto in corsa.

È all’affascinante Gavin Doyle, metà perfettamente complementare di Murray, che dobbiamo l’idea di intraprendere un road trip rocambolesco e quasi surreale alla ricerca di Lucinda.

È come se ad un tratto, su quel taxi accodato, fosse salito un tizio un po’ pazzo, sventolando una lettera ingiallita, e avesse premuto il pedale dell’acceleratore, schiacciando James contro il sedile posteriore della sua fittizia vita tranquilla.

Ho adorato questa coppia, è impossibile non ammirarne la complicità e invidiare quella spensieratezza nell’affrontare ogni scapestrata situazione e ogni grottesco personaggio.

Un duo sempre in bilico tra assurda comicità e filosofia di strada e in questo equilibrio dinamico ho trovato la forza della scrittura di Ilaria.

Un teatro dell’assurdo dove anche attori come Gus, del noleggio auto, Cipriano, il vecchio gestore dell’ostello, e Clara, la vicina cazzuta, guadagnano sfaccettature intriganti e una profondità inattesa.

Un piccolo racconto che brilla in autonomia, forte di una propria personalità, una solida base cinematografica e letteraria sotto i piedi.

Un road trip fisico e metaforico: il viaggio dell’(anti)eroe che in questo caso non guadagna armature e spade con cui affrontare creature mostruose ma al contrario, impara a spogliarsi del camice da medico e a mostrarsi con sincerità e consapevolezza.

Al di là di ciò che la frenesia newyorkese lo aveva obbligato a pensare, da molti anni a questa parte, il tempo non ha soltanto la dimensione “Sbrigati, è tardi”. No, il tempo ha almeno altre due dimensioni altrettanto importanti, se non di più: “Sono sempre stato qui” e “Cazzo, non adesso”.

Come il titolo suggerisce, esiste anche una quarta dimensione: scovatela insieme a Jim, Gav e agli altri, perché io non ho intenzione di suggerire risposte.

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