“Il posto che ho scelto” di Tonia Bardellino, L’erudita. A cura di Alessandra Micheli

Certe sensazioni, certi emozioni le può capire solo chi guarda il tramonto romano.

Solo allora, in questo momento tra la veglia e il sogno, quando tutte le barriere cadono, quando le corazze non hanno più ragione d’esistere si capisce perché si è scelto di restare.

Nonostante quel suo affanno, quel suo tentennare.

Nonostante sia solo l’ombra della città che era.

Nonostante il biondo Tevere tanto biondo non sia più.

In fondo, possiamo lamentarci signori miei.

Possiamo protestare come Pasquino per le tasse, il governo e il nuovo zi prete che ci domina e ci ingabbia.

Ma restiamo qua.

Scegliamo di restare.

Quei vicoli e quel tramonto sono la nostra ragione d’esistere.

Il motivo per cui ci affanniamo e magari stringiamo i denti.

E’ il posto che abbiamo scelto.

E’ il posto che amiamo e al tempo stesso odiamo.

Odiamo quel traffico, odiamo quella sua rassegnata svogliatezza.

Odiamo quel fiume che borbotta indignato ma non fa nulla per ribellarsi. Odiamo pure la statua senza braccia, capace solo di parlare, di lamentarsi e di essere solo un eco lontano di ricordi sbiaditi.

E la rabbia ci fa compagnia tutto il giorno, in quello smog che sembra oscurare il sole, e dare una patina malinconica a quel cielo un tempo cosi brillante.

Il posto che abbiamo scelto allora non è più il luogo magico dell’infanzia ma la prigione della vigliaccheria di chi non ha proprio il coraggio di andarsene e ricominciare.

Però arriva il crepuscolo.

Arriva quel tramonto che spazza via tutto.

Tripudio di colori d’oro e rossi come il sangue che scorre nelle vene e canta un antico stornello.

Tutto diventa un lampo, un incendio, una passione che illumina Roma di una luce forte, coraggiosa e piena di incanto.

E allora comprendi che come dice Tonia è davvero quello il posto che hai scelto.

Perché non lo sappiamo.

Se è per un amore perduto tempo fa.

Se per una lacrima perduta tra i sampietrini e che non vuoi abbandonare perché rappresentata un po’ la parte migliore di te.

Ecco che ogni poesia acquista per me un senso diverso.

Non so se sia lo stesso sentimento che ha ispira l’autrice e intinto di emozioni l’inchiostro.

Magari è solo il modo con cui quel codice ha bisogno di parlare di me.

Non solo di un volto perso nelle sabbie del tempo.

O un orgoglio che oggi è rappezzato da mille toppe.

O per un domani che appare più irreale della pignatta d’oro ai piedi dell’arcobaleno.

È qualcosa che ho dentro da tempo incuneata tra nostalgia e un sottile sordo dolore, il dolore di chi sente di aver perduto la strada.

E mentre guardo Roma che si appresta a dormire le rime arrivano dritte alle labbra, rime che Tonia sembra aver scritto proprio per congelare quest’istante.

Noi non ci troveremo mai; tu da una parte e io dall’altra, per sempre.

Perché a due come noi l’amore non basta.

Perché noi finiremmo ad amarci davvero. Per sempre

Noi non possiamo trovarci Roma mia.

Siamo due anime troppo simili e troppo affamate di vita, per potersi stringere, viviamo di quel continuo rammarico, di quel non arrivare mai.

Di quello sguardo su un passato che ci inchioda proprio qua, in quest’istante. Ma in fondo è proprio l’idea nostalgica che ho di te a farmi, per ironia della sorte, a vibrare.

Bisognerebbe innamorarsi; di qualcuno o qualcosa, di un’idea o di sé stessi. Ma innamorarsi sul serio. Una volta alla volta. E far sì che ogni volta sembri l’ultima volta

E ogni volta che osservo questo incanto è come se fosse la prima volta.

E’ come rinascere di nuovo.

E’ come avere la risposta ai tuoi dubbi.

E sapere questi torneranno all’alba, per poi svanire di nuovo in questa magnificenza, tutta mia, solo mia, eternamente mia.

Ecco cosa significa poesia.

Ecco la funziona di un libro.

Non solo servire all’autore o all’autrice per potersi far conoscere.

Ma serve a me a noi

La scrittura scava implacabile e spietata e quando non c’è [più verso, né senso, s’è fatta poesia. La poesia è il salvagente cui mi aggrappo quando tutto [sembra svanire. Quando il mio cuore gronda per lo strazio delle parole [che feriscono. Quando divento così impenetrabile [che neanche l’aria riesce a passare. Quando cerco la verità che giace al fondo. Quando cerco te e la mia buona carta lasciata alla fine del [mio gioco

E in questo scavare, implacabile, pezzo per pezzo arrivano frammenti di una riposta che mi fa stare, per un solo istante, in pace con me stessa.

Che ha lo stesso sapore della libertà, quella descritta al poeta a cui questa raccolta è dedicata e che descrive questo mio affanno, questo nostro affanno.

Che è anche la malinconia presa di coscienza che, in fondo, nel cercarla, nell’abbracciarla, nell’entrare dentro noi stessi siamo sempre un pò più soli.

Cosi come descrisse questa meravigliosa conquista proprio lui, il Califfo.

In quella libertà che è quel rifiuto di ogni convenzione, di ogni compromesso e di ogni ipocrisia.

Fino all’estremo.

Fino a starsene soli, con la propria musica dentro le orecchie a osservare il tempo che fugge.

Il tramonto passa.

E Roma decide di dormire.

Quasi felice che io abbia ricordato il suo poeta.

Felice di avermi ritrovato almeno in questo istante.

Ferita, perché domani la odierò di nuovo.

E lieta perché so che poi l’amerò e resterà immortale nelle mie lacrime che scendono invisibili come in queste parole che la descrivono, la racchiudono e la omaggiano:

Roma soprattutto di notte sa essere tutto Sa stringerti al petto con le sue mani amanti e materne Sa narrarti una storia e rubarti quello che lei chiama er core

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Un pensiero su ““Il posto che ho scelto” di Tonia Bardellino, L’erudita. A cura di Alessandra Micheli

  1. Un Libro che libro non é….. è vita verità sentimenti …ogni verso entra in profondità dell’anima del cuore……ogni volta che si legge e rilegge emoziona sempre con sentimenti nuovi emoziona insegna ……🙏

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