Review party “I delitti della gazza ladra”di Anthony Horowitz. A cura di Ilaria Grossi e Alessandra Micheli

Un libro sconcertante. A cura di Ilaria Grossi

Quando ho iniziato la lettura de “I Delitti della gazza ladra” non avrei mai immaginato di trovarmi dinnanzi ad un giallo nel giallo, un labirinto ingegnoso e intrigante che mi ha letteralmente rapita fino alla fine del libro.

Non è semplicemente un giallo, è molto di più, il lettore non potrà immedesimarmi in Susan Ryeland, editor della casa editrice Cloverleaf Books, da anni accanto al pluripremiato e arrogante scrittore Alan Conway, ideatore della serie di Atticus Pünd, che lo ha reso ricco e famoso.

Susan inizierà a leggere il suo ultimo libro “Appuntamento con la morte” e noi con lei, ci ritroveremo ad indagare con l’investigatore Atticus Pünd sulla morte di Mary Blakiston nella tenuta di Sir Magnus Pye e a distanza di pochi giorni, la morte di quest’ultimo.

Una cittadina di campagna londinese, tranquilla e dove tutti conoscono tutti, e anche dove quasi tutti sembrano i possibili sospettati della lista di Atticus Pünd per la poca simpatia e stima nei confronti delle due vittime.

Atticus Pünd scopre una terribile verità che lo riguarda e decide così di portare avanti l’indagine nonostante tutto.

Arrivati quasi alla fine, manca l’ultimo capitolo. 

Perché?

Parallelamente un evento legato allo scrittore Alan Conway, cambierà per sempre la vita di chi l’ha conosciuto.

Susan da editor si trasformerà in una vera e propria detective per scoprire cosa è successo davvero e cosa c’è dietro la scomparsa dell’ultimo capitolo.

Non posso svelare altro, ma preparare il lettore ad una lettura avvincente fino alla fine, un giallo nel giallo, dove le storie sono intrecciate e legate da un filo rosso.

Anthony Horowitz, ha uno stile ingegnoso e affascinante, un ottima descrizione di luoghi e personaggi, sul filo di suspense e mistero che saprà calamitare la vostra attenzione. 

Buona lettura 

***

Oltre il libro. Dove la finzione e la realtà si confondono. A cura di Alessandra Micheli

Svetta con fierezza al di sopra di una pila incredibile di libri.

Consapevole di aver creato una strana malia dentro di te.

Lo osservo e lo sfoglio cercando quasi con ossessione di comprendere perché mi abbia cosi conquistato.

Il libro però tace.

Sogghigna serafico, ma tace.

E passo i miei giorni a cercare di comprendere come poter mai ricavare una degna recensione, come poter narrare qualcosa che è diventato un eco presente, ma al tempo stesso indecifrabile nella mia testa.

Tutti gli anni di competenza sono sfumati davanti a questo ammasso di carta e inchiostro, che continua a svettare con orgoglio al di sopra della pila di libri. Horowitz, apprendista stregone conserva i suoi segreti in quel cassetto chiuso con un lucchetto d’argento, li nella nostra coscienza, dove allegramente danzano un ballo frenetico ombre e impulsi che usciranno con la luce benevola della luna.

Nella notte, nei miei sogni forse saprò e comprenderò perché dopo tanti anni di letture, questo tomo corposo è riuscito a penetrare davvero dentro di me, rapirmi la mente più che il cuore.

Tanto che le voci degli altri libri, che gridano leggimi, sembrano aver perso la loro sonorità.

Oppure sono le mie orecchie a non ascoltarli più.

Forse sono io che sono ossessionata dal comprendere come questo testo abbia compiuto il miracolo.

Sapete, io leggo da anni oramai.

E leggo miliardi di libri diversi.

Li divoro, li assaporo e gioco con loro alla pari.

Nessuno può davvero rapirmi.

Nessuno mi conduce nel suo mondo se non sono io a deciderlo.

Forse è per questo che amo leggere.

In un universo impossibile da rendere davvero intelligibile e da prevedere, io con il libro divento il demiurgo.

Non è affatto l‘autore a portarmi con lui.

Sono io che trasformo il suo testo nella mia di chiave, quella di cui ho bisogno e quella che mi serve, in quel momento.

Una volta eseguito il suo lavoro, esso riposa in un angolo della libreria e io assetata cero altre parole.

E cosi via, fino alla fine dei miei gironi terreni.

Stavolta no.

Non sono io che oh usato a mio modo i delitti della gazza ladra.

Ma è lui che ha domato la mia fantasia portandomi dove lui voleva, prendendo vita.

E quella vita la sento pulsare anche ora, che accarezzo il dorso, quasi con affetto e un pizzico di irritazione.

Non mi piace che qualcuno comandi la mia vita interiore.

Ecco perché continuo a osservarlo, e a chiedermi perché stavolta sento addirittura il profumo delle pagine?

La trama è una trama complessa, ambiziosa direi in quanto desidera unire finzione e realtà in modo che, quei confini appaiano labile, sfumati se non inesistenti.

E come riesce a farlo?

Nello stesso modo in cui, a volte, nei sogni accade l’evento degli eventi.

Avete mai sognato di sognare?

E’ un istante magico, in cui tutto può accadere e in cui è il sogno a prendere possesso di voi.

Ecco cosa fa il nostro demiurgo.

La protagonista non racconta la sua storia, semplicemente legge con noi il suo libro, quello preferito, quello che ama e odia e a cui è inevitabilmente legata. Perché mai come le emozioni forti possono creare quelle strane connessioni, più forti perché non volute e ignorate.

Inizia cosi il libro.

Vi troverete in un’atmosfera quasi pigra, quasi un riverbero del vostro modo di leggere fino a entrare proprio nel libro letto da quella che dovrebbe essere solo un artificio letterario.

Conway l’immaginario ( o forse no?) scrittore diventa reale.

Ed si assiste quasi una una scena ripresa dall’alto.

E il libro inizia, e laddove non doveva esseri altro che narrazione, la realtà si erge sovrana.

Siamo noi a leggere o Susan?

E Susan è reale e sogna il nostro intervento, come una platea immaginaria o esistiamo davvero?

In quel momento la linea di confine tra lettore e personaggio sfuma.

Non riusciamo più a distinguere tale differenza tanto che se ci osservassimo allo specchio mentre noi (o Susan) leggiamo non vedremmo più il nostro volto. E per un istante non capiamo perché diamine dobbiamo conosce questa fantomatica Susan: siamo noi a avere tra le mani il nostro giallo preferito, quell’Atticus Pund che, siamo quasi certi, abbiamo visto in vetrina nella nostra libreria preferita.

Ne siamo convinti e certi.

E cosi veniamo rapiti e catapultati in quella dimensione strana, fino a veder, (vi assicuro accadrà), ogni scena come se fosse proiettata all’esterno del libro.

E nel momento cruciale…tutto si ferma.

Rimaniamo a bocca asciutta, insoddisfatti e permettetemelo di dirlo incazzati. Pund tace e torna a emergere da un sogno lontano la protagonista Susan.

Quella simbiosi strana finisce e ci troviamo sul divano, con la bocca spalancata e con i sensi oramai dominati dall’ars letteraria.

Che in questo tomo si manifesta in tutta la sua forza.

Come mai prima.

E inizia il racconto, quello vero.

Quello che forse aveva in mente fin dall’inizio il nostro Anthony.

Pund diviene il modo con cui la realtà viene svelata.

Gli indizi di un libro, che risulta con acredine essere finzione, divengono gli elementi portanti di un racconto che sembrava quasi nascosto dietro le pieghe di un arcana magia.

Realtà e finzione che ballano assieme.

Che si fondono.

Che rapiscono un pezzo di noi.

E fidatevi, quel pezzo mancante non lo riavrete indietro.

Ve lo ruba Horowitz, per farvi attendere il prossimo testo.

Osservo i delitti della gazza ladra e mi sembra di sentirlo ridere.

Perché in fondo non ha creato altro che un sospirato mistero dietro la più scontata banalità del male.

Divenendo però incredibilmente originale.

Perché sa che nessun altro libro sarà allo stesso livello.

Che forse non leggerò mai più come prima.

Che mi mancherà da morire tornarci dentro.

E la realtà fuori, quel buio cosi invitante un tempo è solo una gabbia, una prigione che ci tiene separati dall’essenza di noi stessi: la capacità che abbiamo di sognare e di viaggiare tra i mondi.

Perché un libro è una porta.

E troppo spesso, pers

Svetta con fierezza al di sopra di una pila incredibile di libri.

Consapevole di aver creato una strana malia dentro di te.

Lo osservo e lo sfoglio cercando quasi con ossessione di comprendere perché mi abbia cosi conquistato.

Il libro però tace.

Sogghigna serafico, ma tace.

E passo i miei giorni a cercare di comprendere come poter mai ricavare una degna recensione, come poter narrare qualcosa che è diventato un eco presente, ma al tempo stesso indecifrabile nella mia testa.

Tutti gli anni di competenza sono sfumati davanti a questo ammasso di carta e inchiostro, che continua a svettare con orgoglio al di sopra della pila di libri. Horowitz, apprendista stregone conserva i suoi segreti in quel cassetto chiuso con un lucchetto d’argento, li nella nostra coscienza, dove allegramente danzano un ballo frenetico ombre e impulsi che usciranno con la luce benevola della luna.

Nella notte, nei miei sogni forse saprò e comprenderò perché dopo tanti anni di letture, questo tomo corposo è riuscito a penetrare davvero dentro di me, rapirmi la mente più che il cuore.

Tanto che le voci degli altri libri, che gridano leggimi, sembrano aver perso la loro sonorità.

Oppure sono le mie orecchie a non ascoltarli più.

Forse sono io che sono ossessionata dal comprendere come questo testo abbia compiuto il miracolo.

Sapete, io leggo da anni oramai.

E leggo miliardi di libri diversi.

Li divoro, li assaporo e gioco con loro alla pari.

Nessuno può davvero rapirmi.

Nessuno mi conduce nel suo mondo se non sono io a deciderlo.

Forse è per questo che amo leggere.

In un universo impossibile da rendere davvero intelligibile e da prevedere, io con il libro divento il demiurgo.

Non è affatto l‘autore a portarmi con lui.

Sono io che trasformo il suo testo nella mia di chiave, quella di cui ho bisogno e quella che mi serve, in quel momento.

Una volta eseguito il suo lavoro, esso riposa in un angolo della libreria e io assetata cero altre parole.

E cosi via, fino alla fine dei miei gironi terreni.

Stavolta no.

Non sono io che oh usato a mio modo i delitti della gazza ladra.

Ma è lui che ha domato la mia fantasia portandomi dove lui voleva, prendendo vita.

E quella vita la sento pulsare anche ora, che accarezzo il dorso, quasi con affetto e un pizzico di irritazione.

Non mi piace che qualcuno comandi la mia vita interiore.

Ecco perché continuo a osservarlo, e a chiedermi perché stavolta sento addirittura il profumo delle pagine?

La trama è una trama complessa, ambiziosa direi in quanto desidera unire finzione e realtà in modo che, quei confini appaiano labile, sfumati se non inesistenti.

E come riesce a farlo?

Nello stesso modo in cui, a volte, nei sogni accade l’evento degli eventi.

Avete mai sognato di sognare?

E’ un istante magico, in cui tutto può accadere e in cui è il sogno a prendere possesso di voi.

Ecco cosa fa il nostro demiurgo.

La protagonista non racconta la sua storia, semplicemente legge con noi il suo libro, quello preferito, quello che ama e odia e a cui è inevitabilmente legata. Perché mai come le emozioni forti possono creare quelle strane connessioni, più forti perché non volute e ignorate.

Inizia cosi il libro.

Vi troverete in un’atmosfera quasi pigra, quasi un riverbero del vostro modo di leggere fino a entrare proprio nel libro letto da quella che dovrebbe essere solo un artificio letterario.

Conway l’immaginario ( o forse no?) scrittore diventa reale.

Ed si assiste quasi una una scena ripresa dall’alto.

E il libro inizia, e laddove non doveva esseri altro che narrazione, la realtà si erge sovrana.

Siamo noi a leggere o Susan?

E Susan è reale e sogna il nostro intervento, come una platea immaginaria o esistiamo davvero?

In quel momento la linea di confine tra lettore e personaggio sfuma.

Non riusciamo più a distinguere tale differenza tanto che se ci osservassimo allo specchio mentre noi (o Susan) leggiamo non vedremmo più il nostro volto. E per un istante non capiamo perché diamine dobbiamo conosce questa fantomatica Susan: siamo noi a avere tra le mani il nostro giallo preferito, quell’Atticus Pund che, siamo quasi certi, abbiamo visto in vetrina nella nostra libreria preferita.

Ne siamo convinti e certi.

E cosi veniamo rapiti e catapultati in quella dimensione strana, fino a veder, (vi assicuro accadrà), ogni scena come se fosse proiettata all’esterno del libro.

E nel momento cruciale…tutto si ferma.

Rimaniamo a bocca asciutta, insoddisfatti e permettetemelo di dirlo incazzati. Pund tace e torna a emergere da un sogno lontano la protagonista Susan.

Quella simbiosi strana finisce e ci troviamo sul divano, con la bocca spalancata e con i sensi oramai dominati dall’ars letteraria.

Che in questo tomo si manifesta in tutta la sua forza.

Come mai prima.

E inizia il racconto, quello vero.

Quello che forse aveva in mente fin dall’inizio il nostro Anthony.

Pund diviene il modo con cui la realtà viene svelata.

Gli indizi di un libro, che risulta con acredine essere finzione, divengono gli elementi portanti di un racconto che sembrava quasi nascosto dietro le pieghe di un arcana magia.

Realtà e finzione che ballano assieme.

Che si fondono.

Che rapiscono un pezzo di noi.

E fidatevi, quel pezzo mancante non lo riavrete indietro.

Ve lo ruba Horowitz, per farvi attendere il prossimo testo.

Osservo i delitti della gazza ladra e mi sembra di sentirlo ridere.

Perché in fondo non ha creato altro che un sospirato mistero dietro la più scontata banalità del male.

Divenendo però incredibilmente originale.

Perché sa che nessun altro libro sarà allo stesso livello.

Che forse non leggerò mai più come prima.

Che mi mancherà da morire tornarci dentro.

E la realtà fuori, quel buio cosi invitante un tempo è solo una gabbia, una prigione che ci tiene separati dall’essenza di noi stessi: la capacità che abbiamo di sognare e di viaggiare tra i mondi.

Perché un libro è una porta.

E troppo spesso, persa in una sorta di soddisfazione estatica e intellettuale, lo scordo anche io.

a in una sorta di soddisfazione estatica e intellettuale, lo scordo anche io.

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