“Nel nero degli abissi” di Francois Morlupi, Salani editore. A cura di Patrizia Baglioni

Arrivo a questa recensione carica di riflessioni, il libro mi ha completamente conquistata.

L’entusiasmo sgomita, ma cercherò di presentarvelo nel modo più adeguato.

François Morlupi dopo “Come delfini tra pescecani” torna con una nuova indagine del Commissario Ansaldi e la sua squadra: Di Chiara, Leoncini, Alerami e l’algida Vice Eugénie.

Il placido quartiere di Monteverde viene infatti scosso dall’omicidio di una prostituta assassinata con insolita violenza, il corpo viene ritrovato nel grande parco di Villa Panphilj dove, si viene a sapere, c’è ogni notte, un traffico di prostituzione.

I Cinque di Monteverde restano sconcertati di fronte a una realtà a loro sconosciuta e soprattutto di fronte alla brutalità della morte a cui la giovane “Trotula”, questo il suo nomignolo, è stata condannata.

La ragazza si prostituiva per pagare i suoi studi di medicina, dove eccelleva e la sua vita non lascia trasparire tracce per risolvere l’enigma della morte.

Ansaldi si trova di fronte ad una strada senza uscita, la sua ansia sarebbe sotto controllo se a Roma non ci fosse un Consilium straordinario: una riunione di tutti i ventisette capi di Stato europei e il questore non si fosse raccomandato di mantenere il controllo di ogni commissariato.

La capitale è blindata, Ansaldi e i suoi lavorano senza sosta, ma il killer non sembra ancora sazio, la scia di violenza continua e al Commissariato di Monteverde la tensione sale, fino a raggiungere il nero degli abissi, la spirale più cupa del male che sembra attirare anche gli animi più onesti, mettendoli in crisi.

Morlupi si rivela un narratore ironico, con ritmo serrato, soprattutto nelle ultime pagine, ci trascina tra le strade di Roma così come tra le vie più buie della psiche.

I riferimenti costanti al mondo della letteratura e dell’arte arricchiscono il testo, lo rendono pregiato, distinguibile dagli altri, così come la costruzione di personaggi assolutamente originali.

Partiamo da Ansaldi, il commissario che non ti aspetti, corpulento, ansioso fino al parossismo, ipocondriaco, senza patente e conoscenze tecnologiche.

In un mondo di Commissari che dominano la scena e l’azione, lui si arrende in partenza, tutto ciò che non rientra nella sua sfera di sicurezza lo terrorizza e solo il pensiero di una nuova farmacia lungo il percorso ufficio – casa lo tranquillizza.

Eppure “Ansaldi era umano in tutte le sue debolezze e possedeva un’enorme umiltà, non si mostrava mai più forte di quello che era”.

La sua forza è la sua debolezza, la sua fragilità lo rende rassicurante perché lui a differenza degli altri con le difficoltà convive, con le insicurezze è amico e con le stranezze va a braccetto, e allora il mondo diventa accessibile.

Il mestiere di Commissario in apparenza inadeguato per Ansaldi è invece fatto per lui, che sa comprendere la diversità, il suo spirito sensibile all’arte, mostra una delicatezza verso gli artisti più radicali, quelli che non si adeguano ai canoni ma che li reinventano come Soutine, suo conforto e fonte di coraggio per affrontare il mondo.

“L’arte e i suoi discepoli avevano fatto breccia nel cuore di Ansaldi, il bambino aveva capito che poteva essere diverso dagli altri e non vergognarsene. Aveva compreso che ognuno percepiva il mondo con la propria sensibilità.”

E proprio grazie a questo spirito che accoglie, che riesce a dare unità alla sua squadra, perché diciamocelo, il punto forte di questo romanzo è la squadra dei Cinque, così diversi tra loro da compensarsi… in modo particolare.

I Ringo Boys, Di Chiara e Leoncini, sono una coppia ormai affiatata, oltre ad essere colleghi, sono amici eppure a vederli insieme sono una buffa accoppiata: Di Chiara incapace di evitare figuracce e romano verace fedele solo al martedì del calcetto e Leoncini dal fisico statuario con un passato di sofferenza alle spalle.

Alerami è una ragazza affascinante, ambiziosa, che vuole realizzarsi al più presto e lasciare la casa di famiglia, è una cacciatrice e una compagna istintiva.

E poi il suo opposto Eugénie Loy, l’italofrancese, la donna dallo sguardo di ghiaccio che terrorizza tutti con i suoi modi autoritari e la sua guida spericolata.

Eppure la malinconia dei suoi occhi non passa inosservata, Ansaldi la ama come una figlia, perché vede nella stranezza, una sofferenza e sa comprenderla.

Ed eccolo ancora una volta il disagio che torna protagonista, quello si Ansaldi di vivere l’amore con normalità, quello di Eugénie che con una lanterna tatuata sul braccio cerca di far luce sulla sua vita, quello di Alerami che non è mai soddisfatta e quella dei Ringo Boy che a loro modo si portano dietro il loro bagaglio di solitudine e patimento.

E poi il disagio dell’assassino che non li molla fino alla fine, fino a portare la squadra dei Cinque di Monteverde NEL NERO DEGLI ABISSI.

Un noir ben costruito, dove la personalità dell’autore emerge con forza, un intreccio a tratti leggero eppure pregno di riferimenti e riflessioni, dove schierarsi è semplice, perché Ansaldi e la sua squadra sono irresistibili.

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