“Dipinto sull’acciaio. Del rapporto tra heavy metal e pittura” di Francesco Gallina, Arcana Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Molti di voi sapranno quanto è stretto, a parer mio il rapporto tra musica e letteratura.

Tanto che spesso alcuni libri hanno la loro colonna sonora che fa da sfondo e a suo modo racconta non tanto la trama quanto l’essenza del testo.

Del resto ho sempre sostenuto e sempre lo sosterrò, che qual volgare dantesco divenuto oggi lingua a tutti gli effetti contenga in se un ritmo che scandisce ogni periodo, ogni frase e persino ogni consonante o vocali.

La parola vibra.

E nel vibrare si espande dentro di noi facendo reagire mente e corpo.

Ecco perché in quasi ogni mio scritto esiste un richiamo musicale.

E un brano che svela cosa si cela dietro quel sipario troppo spesso chiuso di fronte a noi pubblico e autore, demiurgo di quel mondo che si delinea davanti a noi.

Dimensioni altre da scoprire e in cui viaggiare guardinghi ma felici.

In questo caso la canzone che scelgo è abbastanza scontata.

Ebbene si si tratta di quella meraviglia targata Iron Maiden:

Sono un uomo che cammina da solo

Di notte o quando passeggio per il parco

Quando le luci iniziano a cambiare

Mi sento strano qualche volta

Un po’ ansioso quando è buio

Ho una paura costante che qualcosa sia sempre vicino

Fear of the dark è stata la mai canzone da adolescente.

Dopo altre che non è consono svelarvi ora, in piena guerra fredda duemilaventidue.

Ma lo ammetto, mi affascinava quel loro indagare nei meandri di quella che poi scoprii chiamarsi ombra junghiana.

Ed erano i fantasmi che si agitavano nella mente di tutti coloro che perdevano, piano piano un po’ il contatto con se stessi, con la propria interiorità, rapiti dalle scintillanti luci stroboscopiche di una città piena di possibilità e opportunità.

Eppure quelle stesse luci accecavano e rendevano impossibile guardare oltre la loro lucentezza.

E quindi le ombre apparivano sempre più pericolose e silenziose.

E il non detto diventava la paura della notte. Comprendete quanta filosofia e saggezza esiste dietro le canzoni dei miei Iron?

E le cover dei loro album sembravano uscire fuori dal gotico più puro, da un Walpole o da un lugubre Foscolo con le sue lapidi e la sua upupa.

Ma non vi negherò che la passione per il metal mi ha causato molti problemi. Se era per me normale essere attratta da quella musica che non faceva altro che suscitare lo stesso interesse di certi artisti visionari come un Goya, un Bosch o di un Munch o Escher, per il mondo, per la società questa passione era indice di una mancato equilibrio psicofisico.

Era insomma pericolosa per la mia anima, per la mia sanità amare quel tipo di musica.

E’ perturbante, dicevano.

E’ l’inno di satana facevano eco altri.

Non è certo musica adatta a una brava ragazza.

E’ oscena e pericolosa.

Rischi la possessione (magari essere posseduta da quella bravura capace di far gemere e vibrare una chitarra).

Insomma, il metal era e forse è il male.

E’ il tabù per eccellenza, trattato peggio del rock e di certe canzoni intramontabili, evocative si ma del sacro fuoco dell’ispirazione come Still i loving you degli Scorpion, o Starway to heaven o il capolavoro eterno di Hotel California, messa ultimamente la bando in quanto incitamento alla perversione.

Ed è quel mio rifiuto di ogni cliché, di ogni comoda visuale, di ogni interpretazione standardizzata che mi fa decidere, oggi, di raccontarvi cosa significa per me e per tutti gli amanti del genere questo saggio.

Libertà.

Significa rivendicare nell’arte il posto che ci appartiene di diritto.

Heavy e arte, ecco il binomio finalmente svelato e non intuito come successe a me da ragazza.

E lo fa mettendo nero su bianco uno studio complesso e affascinante, ben documentato e al tempo stesso ricco di quella passione che solo noi, noi metallari possiamo comprendere.

Ecco che fanno il loro ingresso con un elegante inchino proprio loro: Bosch e Beksinski.

Per lasciare il posto alle correnti pittoriche come romanticismo, simbolismo e..loro ii miei amati preraffaelliti.

Tanto che la meraviglia del quadro di Ophelia sembra suggerire le note eterne di quei virtuosismi alla chitarra, quelli che ancora adesso mi fanno vibrare e mi danno un acuto senso di libertà.

Perché il metal non è affatto rabbia.

Non è violenza ne amore per il macabro.

E’ e resta arte, Arte che ama indagare l’ombra e con l’ombra forse, ha stretto una strana ma sana amicizia.

Perché l’ombra ha tanto da raccontare.

E va ascoltata, a lei va data la voce.

Che sia musica, letteratura o pittura.

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