“I vestiti che non metti più” di Luca Murano, Dialoghi Edizioni. A cura di Chiara Monina.

E’ un libro di racconti, che a me piacciono molto, perché contengono più storie dentro un unico libro.
Questi racconti riescono a farti “sentire” i sentimenti e le emozioni provate dai protagonisti, riescono a farti entrare dentro la loro storia, seppur breve, che stanno raccontando.
Tutti descrivono vite a metà, indefinite, bloccate da eventi o sentimenti che non hanno funzionato.
I personaggi provano a togliersi di dosso la malinconia lasciata da questi accadimenti, che li allontanano da coloro che amano di più, a causa di incomprensioni o errori compiuti.
Il primo racconto “L’amore ai temi del cioccolato” inizia in maniera notevole, citando “L’Arte di correre” di Murakami, uno dei miei scrittori preferiti, mostrando l’affinità tra corsa e scrittura.


“…la preparazione e la dedizione necessarie per scrivere sono le stesse richieste per correre”


Un connubio che mi trova totalmente in accordo, in quanto scrivo recensioni per il blog e mi
piace correre, perché le endorfine rilasciate alla fine di una corsa e quelle alla conclusione
della stesura di una recensione, per me, sono le stesse.
Lo stesso senso di appagamento, con un lieve sorriso di felicità stampato sul volto e quell’istante esatto che mi fa pensare, come dice Kurt Vonnegut : “Quando siete felici fateci caso”.
Dopo una corsa e dopo aver terminato di scrivere una recensione, io sono felice e riesco a “sentirlo”, a farci caso.
Marco, il protagonista di questo libro è uno scrittore e gli piace correre; gli viene recapitata per errore una lettera, la apre e la legge ma non era indirizzata a lui.
E’ una lettera di un padre al proprio figlio e viene toccato dalle parole di quel genitore lontano fisicamente ed emotivamente, che lo fanno ripensare alla nostalgia dei suoi genitori.
Il protagonista si sente vicino ad Anselmo, il padre della lettera, “il suo senso di abbandono e la sua incapacità di farsi forza e di bastarsi da solo” .
Nel secondo “La vasca con le zampe” la coppia di protagonisti si ritrovano in una piccola caffetteria letteraria, luogo del loro primo incontro, avvenuto tre anni prima.

“C’erano libri ovunque lì dentro, sugli scaffali, sui caloriferi, sulle mensole”.


Vengono ricordati episodi e luoghi dei loro incontri e descritte le frustrazioni generate da
questo rapporto.

“A lui piacevano le porte girevoli..gli permettevano di avere una visuale sul mondo…e al tempo stesso gli consentivano di tenerlo comunque a distanza, di non sporcarsi le mani”.


Un rapporto che aveva generato ferite e crepe dentro il cuore e l’anima.

“E allora si rese conto di quanto tempo avesse buttato a inseguire sogni non suoi, a cercare di accontentare gli altri”.


Le incomprensioni, le scelte sbagliate hanno portato ad un punto di non ritorno, per un rapporto che poteva essere ma non è stato o che forse non si sarebbe neanche dovuto sviluppare e poi si è inceppato.


“Lo vide, l’amore riflesso in quello specchio, gli sembrava di riconoscerlo, come una bella nostalgia che non si concretizza mai davvero”.


Nel terzo “Stormo Und Drang” ci sono Delia e Luca, una coppia che sta facendo la spesa in un supermercato, a lui è stata destinata la scelta di frutta e verdura.
Apparentemente una scena di ordinaria amministrazione nella nostra vita quotidiana, ad un certo punto però Luca ha un blocco sia fisico che emotivo, viene invaso da un senso di inquietudine nel mezzo del “semplice” quotidiano, il sacchettino con i pomodori scelti viene affidato ad uno sconosciuto.
La fuga fuori dal supermercato ed il passaggio di uno stormo di uccelli, gli fanno vorticare nella testa diversi pensieri.


Ci saremmo ricordati di lasciare fra noi il giusto equilibrio di luce e oscurità.
Saremmo stati bene…come uccelli in uno stormo.

Almeno fino alla prossima migrazione”.


“La fregola dell’amico” ci mostra un pomeriggio tra due amici che si incontrano sulla collina di Boboli a Firenze, della loro differenza caratteriale ma anche del loro trovarsi bene insieme.
Perché dopo un pomeriggio di chiacchiere ed un aperitivo con un amico, ci si sente meglio e con l’umore migliorato.
Rispecchiarsi nell’altro, riconoscere le reciproche diversità ed ammirare ciò che ci rende differenti e bisognosi di avere qualcuno con cui confrontarsi.

“…mi sentii meglio, alleggerito di un gran peso e con l’umore dannatamente buono”.


Questa frase conclusiva del racconto racchiude la semplicità e la bellezza dello stare insieme tra amici.

“La quiete e il cappuccio” descrive il rapporto non proprio definito tra un ragazzo ed una ragazza, due persone apparentemente così diverse eppure così vicine, che riescono a parlare della vita e dei libri.

Erano persone profondamente diverse e avevano davvero poche cose in comune. Forse era proprio per questo che riuscivano a tollerarsi così bene.”


Il silenzio tra loro rappresenta un carico di aspettative che potrebbero sbocciare o semplicemente l’attesa di discorsi che servirebbero solo a rompere la noia.

“Passando accanto a quei due si potevano pesare gli enormi desideri di quella quiete”.


Durante questa conversazione sospesa, si avverte una scossa di terremoto, che modifica l’andamento di questo rapporto, lasciando affiorare emozioni che non si nascondono più.
“Quel sabato mattina” è la sintesi del rapporto tra Camilla e Stefano, altruista lei, egoista lui.
C’è un matrimonio a cui Camilla partecipa da sola, lui rimane a casa, entrambi convinti delle proprie posizioni e certi che l’altro abbia sbagliato o che poteva agire diversamente.
Durante il ricevimento, Camilla, immersa nei propri pensieri, si rende conto che forse l’importante era stare insieme ma un evento inaspettato rimette tutto in discussione.


…pensai a Camilla intensamente, come mai avevo fatto prima e come non avevo mai pensato”.


Vi auguro di trovare in questi racconti quelle parole, gesti ed azioni che possano aiutarvi a decidere, ad agire, a rimettere tutto in discussione verso coloro che amiamo; l’importante però è non rimanere inermi, bloccati.
Come una bella corsa rigenerante, bisogna percorrere una strada, per non rischiare di rimanere immobili, provando prima a riconoscere le sensazioni che proviamo noi e poi rispecchiarsi nel rapporto con l’altro.

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