“I tigli di Silverwood” di Ilaria Mainardi, Aporema editore. A cura di Patrizia Baglioni

Non è mai un buon segno quando in una notte di pioggia squilla improvviso il telefono, se poi alla cornetta viene denunciato un omicidio, la cosa prende una brutta piega.

Ma ciò che lascia Bennet senza fiato è il nome che gli arriva tra il rimbombo dei tuoni: Silverwood, non può essere un caso, non nel giorno in cui ricorre un anniversario che rinnova il suo dolore quotidiano.

La lucidità dell’investigatore è appannata dal solito whisky, o forse dalla forza dei ricordi che lo attanagliano alla gola e non gli lasciano scampo, perché da una sbronza ci si riprende, ma dal passato non si scappa.

Ed ecco che fa appena in tempo a salutare Red, la lucciola sua vicina di casa e l’unica che possa chiamare amica, e saltare sulla sua macchina.

Silverwood è come l’aveva lasciata, i tigli lo accolgono malinconici e la campagna inglese circonda la piccola cittadina, conferendo al quadro d’insieme una quiete anomala.

Mentre Bennet ormai lucido si sta chiedendo cosa sia andato a fare lì, la macchina resta in panne e l’uomo maledice se stesso e quell’istinto maledetto che troppo spesso lo mette nei guai.

Sì, al telefono hanno parlato di un omicidio, ma cosa può fare lui?

Per il momento cercare una locanda, e qui la fortuna lo assiste, ne trova una gestita dai fratelli Anderson, i due però ben presto si mostrano due individui inquietanti, belli quanto particolari e sfuggenti.

Bennet con la scusa di aspettare che il meccanico ripari la sua macchina, inizia l’indagine aiutato dal vecchio pastore Jeff criptico nei suoi racconti, parla poco e lascia intendere.

L’unico caso di omicidio avvenuto nella zona risale a undici anni prima e forse era stato archiviato troppo in fretta.

Passato e presente iniziano a mescolarsi, qualcuno vuole che la verità venga a galla, ma perché hanno contattato lui? Forse il suo legame con Edward c’entra qualcosa con i personaggi di questa storia?

Troppe incognite ruotano intorno a Silverwood e guarda caso, da qualsiasi angolazione si guarda al mistero, la famiglia Anderson è sempre al centro.

Un thriller appassionante, l’ambientazione nell’Inghilterra degli anni ‘60 è ricostruita in modo perfetto e lo stile cinematografico che ricorda le interpretazioni di Bogart, danno un tono originale alla storia.

I personaggi sono ben costruiti, pochi ma dalle sfumature intense, Bennet è centrale ma mai invadente, i suoi pensieri spesso irrompono nel testo dando verve e dinamicità al testo.

Le pagine scorrono veloci e la storia riserva sorprese inaspettate fino all’epilogo che mi conquista totalmente per l’apertura che comunque lascia uno spazio d’interpretazione al lettore.

D’altronde Bennet non è uno a cui piace la parola fine, a lui piace perdersi nella nostalgia, tenersi lontano da tutti, lottare contro il mondo e ogni tanto mentre è al volante della sua Alfa Romeo 1900 sorridere ironico di sé.

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