“Il canto del nemico” di Tony Hillerman, Harper Collins. A cura di Alessandra Micheli

Parlare di Toni Hillerman non è affatto facile.
E’ e resta, nei nostri cuori un talento di quelli rari, di quelli che incidono il proprio nome sul cuore e lo lasciano a brillare per tutto il tempo che camminiamo su questa terra.
Quindi cosa potrò mai dire io, misera lettrice di un siffatto autore?
Poco e nulla.
Poco perché è una blasfemia quasi recensirlo.
Nulla, perché le parole sono solo soffi di vento che hanno bisogno di trovare sbocchi altrove, in quel vento dell’Est che le cerca e le accoglie a se.
Ed è anche difficile se non impossibile, cercare di farvi comprendere la magia che provocano quelle pagine scritte da cui esala un odore che poco sa di carta e molto sa di terra battuta, rossa come il sangue che, grazie a esse rimbomba forte nelle vene.
Quindi no, non ci provo neanche a scriverne.
A cercare i segreti dell’arte tra le frasi, nella trama, persino in quei silenzi che si avvertono durante la lettura.
Ne posso affatto immergermi in quel mondo che Hillerman porta con se, quel mondo antico eppure presente che fa parte dell’immaginario di ognuno di noi.
I navajo signori miei.
Non è solo un thriller, non è solo la ricerca della rivelazione finale.
Ci sono montagne brulle e miti del tempo del sogno che si affacciano alla nostra coscienza e ti rapiscono, come dispettose fate.
E in ogni istante, quella stanza cosi comoda divine terrà rossa, e il sacro bisonte si inchina davanti a te raccontandoti di miti, di storie segrete e persino dei tabù di un popolo che resiste.
Resiste alla modernità che lo snobba e lo vuole relegare quasi a un gingillo da posare nelle vetrinetta, per dare quel tocco etnico.
Resiste ai tentativi di commercializzare i suoi significati profondi.
E persino a quel nostro bisogno di trovare una strada diversa, adatta a dimenticare il clamore di un mondo che perde pezzi della sua anima.
I navajo, la mitologia dei nativi americani spesso divine il modo con cui cerchiamo quella nostra identità perdita, arsa al sole della tecnologia.
Divorata dal macchinario che macina le nostre vite illudendoci di donarsi prosperità.
Ladro della nostra essenza, la sua benzina per continuare a macinare più forte e triturare i nostri visi segreti.
Fino a farsi restare senza persino un nome, solo con un numero che l’anchorman di turno chiama in omaggio a uno stancante show senza fine.
E la cultura.
Quella vera, fatta di tradizioni, di sentimenti e persino di una sorta di amore odio verso le proprie radici si trova a dibattere le sue ali, come una farfalla imprigionata in una mano liscia ma tenace.
Che ci solleva da terra e ci lascia agonizzanti cosi, in cerca della libertà.
Ecco che l’omicidio da risolvere, diviene solo un pretesto per parlare di altro, di quello scontro atavico che esula da quello razionale tra periferia e centro, tra modernità e tradizione per affondare le sue disperate mani in quel residuo parietano che lo racconta in modo molto diverso: è il ballo mortale e guerrafondaio tra noi stessi, la parte più pura di me e la spunta che ha ogni uomo a dotarsi di catene-.
Perché in fondo la tradizione navajo con i suoi riti complessi, con quella sua attenzione alla vita, considerata dono e scoperta costante è profondamente libera.
La libertà tanto cercata, bramata e raccontata ce la spiega proprio il nostro Tony: è nel sentirsi parte di un tutto.
E riconoscersi come tassello importante di questo mosaico cosi differenziato e splendente.
Ecco perché ci attrae la loro cultura.
Persino la malvagità, la stregoneria non è altro che l’attentato a quel patto fatto tra noi e il Sacro Spirito, quel patto che ci permette di vivere in armonia con le sua sacre leggi e persino di bestemmiarlo e rifiutarlo per poi abbracciarlo ancora.
Chi perde la via, è semplicemente chi baratta questa libertà per le catene di quel moderno occidentale cosi solo e cosi preda di ossessioni che rappresentano catene ghignanti.
Capaci di trasformare l’aquila in un pollo.
E cosi il sogno americano, mostrato qua nella sua faccia meno nobile, non è altro che il modo in cui si china il capo e si accetta la prigionia.
E la soluzione del delitto non è altro che la resa dei conti finali tra convinzioni e modelli di vita sospesi tra l’amore per una tradizione più umana di quella famigerata libertà che ci spaccia il sogno americano, tradito, illuso e poi mostrato senza compassione in ogni sua debole sfaccettatura.

Tutta la mia vita, ho combattuto questa lotta
La lotta che non puoi vincere
Ogni giorno diventa proprio più difficile vivere
Il sogno in cui tu credi
Dentro di me mi sentivo come se stessi portando degli spiriti infranti
Di tutti coloro che avevo perso
La promessa è infranta, tu vai avanti vivendo
Lei ruba qualcosa dal profondo della tua anima
Quando la verità viene detta, non fa differenza
Qualcosa nel tuo cuore diventa freddo
Bruce Springsteen

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